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sabato 11 gennaio 2025

Qualche riflessione; riprendo il mio blog

 

In questi ultimi anni mi è capitato di scrivere poche cose, quasi tutte su richieste; in genere brevi testi.

L'ultima richiesta è questa per una mostra allo IUAV:

"Datapoiesis: una genealogia sulla costruzione di modelli e paesaggi di dati nella progettazione"
mostra a cura di Irene Cazzaro e Luca Nicoletto

Biblioteca IUAV, sede dei Tolentini, dal 15 gennaio al 3 febbraio 2025.

Ecco quel che ho risposto.

Grafi e modelli matematici: qual è il valore di questi strumenti per la pianificazione urbana? Come si lega a questo il suo lavoro?

Credo sia abbastanza evidente che in tutti settori l’uso di modelli e tecniche di analisi, di interpretazione e di previsione sia inevitabile e fecondo. La pianificazione in generale e quella urbana e territoriale in particolare si sono sempre giovate di strumenti e tecniche quantitative, a volte avendo un ruolo importante nell’introdurle e raffinarle. Con la necessaria attenzione a non attribuire ai modelli più di quanto possano dare e con l’avvertenza che la pianificazione è legata alla previsione e che – in senso stretto - la previsione è impossibile, possiamo dire che senza modelli quantitativi nessuna politica efficace di gestione delle trasformazioni del territorio è possibile.

Personalmente ho lavorato quasi esclusivamente a utilizzare, inventare, sviluppare tecniche rigorose (prevalentemente quantitative, ma non solo) di descrizione, analisi e previsione. 

 

Come IUAV rispondeva e alimentava questo dibattito negli scorsi decenni?

La mia esperienza è soprattutto legata a Ca’ Tron e quindi non ho una visione approfondita di tutto lo IUAV. Ciò premesso devo dire che le varie anime del coté urbanistico dello IUAV (e mi limiterò a questo) hanno da sempre avuto un’attenzione particolare per l’uso dei metodi quantitativi e anche hanno maturato una riflessione critica sui loro limiti e le loro potenzialità. Il corso di laurea di Urbanistica è stato pensato da Giovanni Astengo non solo come intrinsecamente interdisciplinare, ma anche con un ruolo rilevante delle discipline quantitative. Solo questo spiega come e perché un laureato in Fisica come me  ha trovato un suo spazio come borsista e ha poi sviluppato il proprio percorso allo IUAV.

Una tappa molto rilevante di questo percorso è stato il convegno internazionale SIGIS (SImulazione e GIochi di Simulazione) dell’Ottobre 1985 voluto da Francesco Indovina e da me organizzato: i contributi sono raccolti nel volume Simulazione. Per capire e intervenire nella complessità del mondo contemporaneo e pur invecchiati sono ancora attuali; da SIGIS è nato il laboratorio Stratema. Pochi anni dopo – per impulso e coordinamento di Luigi Di Prinzio - nasceva l’esperienza dei corsi di Sistemi Informativi Territoriali, una storia lunga e rilevante a livello nazionale.

 

Si potrebbe provare a ricostruire la storia di una parte della biblioteca Astengo con l'obiettivo di tenere traccia di questa tradizione?

Non saprei rispondere: Credo che si possa ricordare il ruolo che due colleghi che hanno sviluppato in modo creativo e utile tecniche e metodi quantitativi hanno avuto nelle attività collegate alla biblioteca (la biblioteca Astengo era un vero “ecosistema” collegato a diversi centri di documentazione): parlo di due colleghi purtroppo scomparsi Silvio Griguolo e Paolo Santacroce.

In un certo periodo la dotazione di testi e materiali relativi ai metodi quantitativi e ai modelli urbani presenti a Ca’ Tron era davvero significativa e ampia.


Come questa tradizione influenza il dibattito attuale?

Manco da un quarto di secolo dallo IUAV e quindi la mia risposta non sarà specifica. Ho avuto un’interessante esperienza come Presidente di Commissione per l’ASN del settore ICAR/20:  di qualche anno fa, ma credo che le conclusioni che posso trarne sono ancora valide (forse di più): il numero di candidati e di abilitati con un approccio fortemente orientato alle tecniche e ai modelli quantitativi è assai rilevante e la loro produzione è di buona qualità; tuttavia pochi sono coloro che riflettono sul rapporto tra tecniche e principi della “disciplina”, sicché le pratiche della pianificazione usano sì le tecniche, ma sovente senza pensare che esse non sono meri strumenti; questa divaricazione è pericolosa.

C’è da dire che nei due Dipartimenti di Ca’ Tron questo rapporto tra tecniche e teorie era discusso e praticato.

Aggiungo che quando parliamo di tecniche e modelli quantitativi forse siamo un po’ imprecisi: dovremmo parlare di metodi e linguaggi rigorosi: penso al lavoro, accademicamente sottovalutato, di Virginio Bettini e ai suoi contributi alla valutazione, sia dal punto di vista degli strumenti che del loro inquadramento teorico.

 

Come vede il futuro dell’urbanistica, specialmente in relazione all’uso crescente dell’intelligenza artificiale?

Per completare il ragionamento precedente è mia opinione che la straordinaria potenza delle nuove tecnologie non possa che modificare i paradigmi della pianificazione.

Pianificazione è collegata a previsione: se non si ragiona sul concetto di previsione e sul carattere doppiamente complesso dei sistemi sociali e territoriali, la pianificazione resta legata a modalità deterministiche e inefficaci; con l’amico e collega Ivan Blečić abbiamo proposto di muoverci verso una pianificazione antifragile che consenta l’azione orientata al futuro senza costringerla a una previsione forti; dato che il futuro non si può prevedere in modo preciso, per confrontarci con i futuri possibili sono utili buoni modelli e diversi modelli (e per un buon modello devono anche buone teorie)

Fare i conti con la complessità è possibile solo ripensando ai modelli che la descrivono e la comprendono (il premio Nobel a Giorgio Parisi con questo ha a che fare): in questo senso soprattutto - e non solo per l’uso esaustivo e creativo di imponenti basi di dati – l’IA può dare un contributo eccezionale.

 

Come questi strumenti (dai modelli matematici degli anni '70 fino all'intelligenza artificiale) possono contribuire alla crescita delle nostre città, soprattutto ad un livello sociale e culturale?

Rispondo con un esempio. Noi abbiamo più o meno tutti accettato un modello lineare della nascita della storia e della città in quella storia: si passa dalle comunità di cacciatori-raccoglitori a società agricole che originano un surplus, la divisione del lavoro, le gerarchie, le città. Nei fatti la preistoria è durata qualche decina di migliaia di anni e sappiamo che ne sono successe di cose: recenti scoperte archeologiche, rese possibili da un uso intenso di nuove tecnologie, ci mostrano che sono esistiti insediamenti umani di grandi dimensioni che, per uno o più aspetti, non corrispondono a quello schema; quello che si può fare con l’IA è riscostruire la storia della preistoria, magari scoprendo che non c’è stato un solo cammino, che molti altri cammini  ci sono stati e che hanno prosperato e durato: un altro mondo è possibile, un’altra città è possibile, anche perché un altro mondo e un’altra città sono stati.

Ecco il contributo maggiore che questo “strumenti” possono dare: la città non è destinata per forza a essere prigioniera del mercato e della rendita (in realtà il mercato e la rendita stanno portandola verso l’estinzione).

 
Quale crede che sarà l’evoluzione futura più importante nella pianificazione urbanistica?

Non sono ottimista. Come dicevo senza che vengano rimessi in discussione i paradigmi  della pianificazione non ci saranno evoluzioni significative o positive. Certo l’uso degli “strumenti” renderanno più facili ed efficaci le pratiche (e questo è un bene), ma senza capire e interpretate la complessità e basare su questo la teoria della pianificazione e senza un insieme di movimenti e un pensiero  che  mettano in discussione la logica del mercato e della rendita, meglio di oggi non si farà.


                                           

sabato 11 novembre 2017

Vintage --- Sacchi a pelo all'ombra delle colonne

Pubblicato nel 1987 sul giornale di Venezia Il Gazzettino.
L'Assessore (al turismo) citato era l'Avvocato Augusto Salvadori in una Giunta di centro sinistra il cui Sindaco era il socialista Nereo Laroni (Salvadori sarà poi Assessore alla Tutela del Decoro della città nella Giunta Cacciari 3 - 2005-2010). 
Il Ministro "più intelligente della Repubblica" (e forse era vero) è Gianni De Michelis, all'epoca Ministro del lavoro.
VAGUE è un gioco di simulazione; l'acronimo  sta per Venice: an Ancient Game of Urban Evolution; sviluppato poi in Nouvelle VAGUE e in newWave).
L'articolo fa riferimento a una polemica relativa ai giovani in sacco a pelo che dormivano all'aperto sulle gradinate (soprattutto alla Stazione Santa Lucia). 
Con lo slogan "uno, nessuno e centomila (abitanti) mi sono candidato (e sono stato eletto) alle elezioni comunali del 1990 nella lista del PCI-Il Ponte guidata da Massimo Cacciari.



Sacchi a pelo all’ombra delle colonne

Da alcuni anni stiamo lavorando, alla Facolta di Architettura, ad un gioco sul futuro di Venezia (si chiama VAGUE, acronimo allusivo, e "gira" su M24 Olivetti).

Tra gli eventi che avevamo inserito come possibili esiti dello "mosse" di gioco, uno si è rivelato profetico interprete di un grottesco avvenimento del luglio veneziano.

Si intitolava "sacchi a pelo all'ombra delle colonne" e prevedeva la realizzazione, a costi modestissimi per l'opulenta serenissima repubblica dei bottegai, di strutture ricettive per il turismo giovanile (tettoie, bagni, spazi nelle isole minori, battelli). Era un evento con basse probabilità iniziali di realizzazione che quasi sempre le varie fasi di gioco portavano a non avverarsi; con qualche stupore dei nostri giocatori-studenti che non capivano le ragioni per cui una tale modesta, conciliante e meritoria opera non fosse in alcun modo desiderabile in una ricca e suppostamente ospitale città abitata dai discendenti di viaggiatori infaticabili.

La realtà, come è noto, è più ricca di fantasia dell'immaginazione; non solo non si è realizzato quel piccolo insieme di misure ospitali (l'ospitalità presuppone anche un'attitudine generosa verso chi non spende, come i poveri fraticelli di Francesco che non portavano denari: nella lunga serie di aggettivi denigratori riportati dai giornali il più ricorrente dopo "sporchi" - do you remember?: "sporco negro", "sporco drogato", "sporco ebreo", "sporco italiano", "sporco muso giallo"- era invece "non spendenti") ma contro i sacchi a pelo è iniziata la mobilitazione.

Emulo di Giovanni d'Austria e armato dell'affilato rasoio dicotomico della scepsi catalaniana ("è molto meglio una città pulita, di gente perbene, turisti con monete forti piuttosto che una città con marocchini, scippatori e scrofolosi") è sceso in campo l'assessore al turismo, uno degli amministratori che noi cittadini veneziani che non godiamo di rendite parassitarie sui flussi turistici più amiamo per le doti di efficacia ed efficienza dimostrate nel cancellare, in una sola stagione, la chiassosa e invadente presenza di "stranieri" plebei dalle calli veneziane in occasione del Carnevale, che già nei secoli passati si era caratterizzata come festa di piccole élite raffinate e che solo in recenti anni "questa generazione mantenuta nel benessere" ha preteso di considerare come una festa praticata en plein air, una sorta di "mondo alla rovescia".

Ora cosa mai vorrà fare Mario Catalano, assessore al turismo, con questo provvedimento miscuglio incomparabile di banalità, perbenismo razzista e servilismo verso i bottegai-rentiers?

Ce lo chiediamo perche "per solito l'uomo quando ode parole crede che nascondano necessariamente pensieri", come osserva Mefistofele.

Suvvia! Si sa che non si debbono gettare cartacce per terra; o le sostanze inquinanti in laguna) e ben farebbero i vigili a multare coloro (turisti e no) che lo fanno, compresi gli autoctoni che fanno volare i sacchetti d'immondizia dalle finestre nei canali; si sa che pisciare sulle colonne non ista bene e ben farebbero i vigili pertanto a tutelare la igiene pubblica, in parte anche insidiata da escrementi di cane tuttavia, e certo non tutelata dalla rarità di cessi pubblici e dal malcostume di molti esercenti che chiudono le toilette dei loro locali.

Suvvia signor sindaco, lei che è allievo del ministro più intelligente della nostra Repubblica (quella italiana intendo), mi meraviglio. Con un po' di ferme e discrete pressioni poteva ridurre sommessamente i modesti disagi provocati agli onesti cittadini dal popolo dei saccoapelisti , senza clamori e proclami repressivi e senza appiattire la sua immagine sulle iniziative dissennate di qualche suo collega meno fortunato. E sì che mi aspettavo qualcosa, dopo la accuse, ingenerose seppur non del tutto immotivate di immobilismo rivolte ai comunisti: non so? Ci vuole l'Expo, la metropolitana, una rete fognaria (non sarebbe una sfida tecnologica degna del 2000 quella di una Cloaca Maxima, già vanto e onore dei re di Roma? Per potersi bagnare tranquillamente nei canali?), un Beaubourg all'Arsenale. Ma qualcosa di grande sì per questa Venezia ci vuole e lei pareva saperlo.

Dunque cosa c'è sotto? I residenti a Venezia "centro - storico" (le virgolette ci sono pour cause) possono essere suddivisi in tre grosse categorie facendo riferimento all'attività economica ormai quasi esclusiva della parte insulare: non percettori di redditi legati ai flussi turistici (tra essi ricchi e poveri, acculturati e no), percettori di redditi prevalentemente legati ai flussi di turismo residenziale, più d'élite ancorché ormai non necessariamente "colto", percettori di redditi legati ai flussi di turismo pendolare, alla "mordi e fuggi" (le temutissime "orde" precedute da ombrellini multicolori che intasano calli e vaporetti).

Noi poveri residenti non turistici (residenti - residenti RR) paghiamo del turismo solo i costi (prezzi alti, disagi nei trasporti, offerta orientata ai turisti e così via), mantenendo, nonostante occasionali irritazioni, in generale un comportamento civile e tollerante (turisti lo si diventa a turno tutti), ma siamo residuali, 20.000 "estranei", provvisori e negletti; sarebbe come se a DisneyWorld vivessero stabilmente (anche di notte) delle persone: spente le luci delle giostre diventerebbero padroni di un mondo fantastico e muto, fascinoso sì, ma non troverebbero dove bere una birra. Di giorno cercheremmo di scappare o di nasconderci, stranieri nella città non più nostra. Tra qualche anno saremo ancor meno e solo "intellettuali" maniaci e malati di nostalgia: già da ora non contiamo niente o quasi (questo, ahimè, ci diceva anche VAGUE).

Gli altri due gruppi (residenti che sfruttano il turismo stanziale RS e Residenti che sfruttano il turismo-pendolare RP) sembrerebbero avere interessi non coincidenti, sicché ci si potrebbe aspettare una qualche conflittualità, una concorrenza, una dialettica tra essi. Tuttavia dentro questi gruppi (tutti i componenti dei quali sono ad alto reddito) prevalgono quelli che potremo chiamare bottegai-rentiers. I mercanti sono stati tra i protagonisti della nascita dell'era moderna, il commercio, la concorrenza e il rischio che spesso lo caratterizzano, ha una sua oscura grandezza, ma a Venezia non di commercio si deve perlopiù parlare, bensì di "rendita di posizione": i flussi ci sono comunque, la gente compre comunque, mangia comunque: non è un caso che il rapporto qualità/prezzi sia a Venezia il peggiore d'Europa nel settore della ristorazione e alberghiero: si può mangiare male anche spendendo 100.000 lire.
I redditieri del turismo polemizzano tra di loro solo per gusto e per autogiustificazione (i pochi che hanno il senso del pudore vorrebbero riqualificare l'offerta e pensano anche seriamente a questo, senza però rendersi conto che questo ha un prezzo).

La campagna di Catalano fa parte di una vera recita, cui si aggiungono dosi massicce di incultura, pressapochismo, spirito ipocrita a benpensante: si vuole lasciare che i padroni della città possano fare il loro comodo senza scrupoli e senza sensi di colpa.

Ben altro ci vorrebbe. In primo luogo fare di Venezia insulare un vero centro storico. Una cosa è che 100.000 turisti arrivino in un giorno in una città di 500.000 o di 50.000 anime: in realtà la terraferma e la parte insulare sono oggi separate e indifferenti. A tutt’oggi Venezia non è percepita e non è il centro di gravità della vasta conurbazione di terraferma, per molte ragioni tempi e difficoltà d'accesso, prezzi, servizi ed attività culturali tutti concepiti per il "mondo", mai per l'hinterland, scarsa vitalità.
Senza pensare (ed anche senza rifiutarsi di pensare) ad una metropolitana, servizi di treni ed autobus tipo shuttle 24 ore su 24, interscambio di attività e servizi, sistemi informativi telematici, decentramento della sedi culturali e universitarie, ricostituzione di attività produttive avanzate nella parte insulare, questa è una gamba di un progetto sensato per salvare Venezia; l'altra, di cui non parlerò, è una politica della casa e delle destinazioni d'uso, che si ponga un obiettivo serio e mobilitante di almeno 100.000 residenti al 2.000.

I poveri saccoapelisti sono innocenti a rischiano di pagare come capri espiatori colpe che non hanno. Catalano vorrebbe scaricare su di loro stanchezze e risentimenti dei veneziani. Ma loro non ci danno proprio fastidio. I fastidi sono dati dalla monocultura del turismo, spesso avido e indecente. Ridateci una città, non un baraccone da luna park con imbonitori sbracati, e i turisti non gireranno più in mutande e berremo una birra a mezzanotte e potremo cadere nei canali nelle lunghe notti della allegra e internazionale nuova movida veneziana.



venerdì 26 dicembre 2014

I tavolini al dunque.

Non so come finirà la vicenda relativa al nuovo regolamento  sul suolo pubblico.
Mi permetto quindi di fare delle considerazioni "a prescindere".
I miei venticinque lettori sanno come la penso, avendo sollevato più volte la questione.
Ne ho parlato nell'agosto scorso (qui), nel luglio scorso (qui), nell'ottobre 2013 (qui), e una prima volta nel luglio 2013 (qui).
Nel primo post scrivevo:

Credo che dovremmo fare alcune premesse (...).
La prima è che i tavolini occupano uno spazio pubblico; fanno concorrenza ai parcheggi, agli spazi per il gioco, alle aree per il libero godimento della città, determinano un paesaggio diverso da altri paesaggi esistenti o possibili.
La seconda è che l’iniziativa economica degli individui è una cosa molto positiva e che ciascuno è libero di intraprenderla, anche rovinandosi e fallendo se sbaglia; la libertà di intraprendere non è neppur essa assoluta, ma deve rispettare altre libertà: ad esempio quella degli altri di non essere sottoposti a inquinamento o a rumori molesti, e anche quella di chi lavora al rispetto della sua dignità.
La necessità e l’opportunità di regolare l’uso a fini privati degli spazi pubblici, con appositi meccanismi (ad esempio le concessioni) non sono in discussione, così come la necessità di sanzionare l’appropriazione privata di spazi pubblici (una volta si sarebbe detto “rubare alla vedova e all’orfano”) siano essi spiagge, strade, piazze; io direi che va sanzionata con severità e prontezza.


E proseguivo:
Comincerei da una cosa molto semplice: la trasparenza. Ogni concessione pubblica deve essere nota a tutti: non con un faticoso accesso agli atti, ma, direi, automaticamente, su un database in rete, con le caratteristiche, il costo, la data di richiesta e di approvazione, i nomi e cognomi di chi ha approvato, la perimetrazione esatta (...).
In secondo luogo le regole; la concessione pubblica configura in qualche misura obbligo di servizio pubblico: bagni accessibili, periodo di apertura, manutenzione e cura, diritti di passaggio.
In terzo luogo serve un piano che definisca quali aree sono utilizzabili e quali no e la percentuale di suolo che zona per zona può essere occupato, quale può essere la percentuale massima di area scoperta rispetto all’area interna, per tipologia di attività.
In quarto luogo servono rigorose indicazioni estetiche: una sorta di abaco degli arredi ammessi che va in automatico, se poi qualcuno si fa progettare il gazebo da Rem Koolhaas si sottoponga a una valutazione.
Infine serve una politica fiscale a sostegno di quella urbanistica, variare tasse e percentuali per evitare l’eccesso di concentrazione e favorire la distribuzione delle attività su aree più ampie.
Queste scelte vanno fatte coinvolgendo la popolazione direttamente interessata.

(...)
Continuo a essere convinto che una pubblica amministrazione possa far molto per garantire la libertà dei cittadini di intraprendere e la libertà dei cittadini di godere lo spazio pubblico: una saggia politica può far convivere queste due libertà.
Esattamente quel che non succede senza politiche pubbliche, quando un’amministrazione non c’è.


Ho assistito a due confronti pubblici sul tema, il mese scorso; uno con la presenza prevalente di abitanti del centro e l'altro con la presenza prevalente di esercenti (ma erano mescolati, e poi ci sono esercenti che sono anche abitanti) e mi ha colpito positivamente il carattere aperto e dialogante della discussione. C'era un sostanziale accordo sui principi (proporzionalità e frontalità, regole certe, convivenza di funzioni diversa, sanzioni efficaci).
Certo è più facile essere d'accordo sui principi che sulla loro applicazione, e quindi non stupisce che la discussione sia più accanita sul regolamento e sui dettagli (anche se non bisogna dimenticare che "è la somma che fa il totale": vedi qui).
Penso tuttavia che sia una buona cosa avere delle regole certe e stabili.
Una buona cosa lo è per gli operatori:  per gli esercenti del centro e quelli fuori dal centro, per quelli che hanno molto spazio interno e nessuna possibilità  (per la loro localizzazione) di avere spazio esterno, per quelli che hanno poco spazio interno, ma hanno possibilità di averne all'esterno, per gli altri operatori economici che non sono pubblici esercenti; per tutti loro avere regole certe è un'ottima cosa.
Una buona cosa per i turisti; credo che solo una visione miope ci possa illudere che i turisti vorrebbero avere tutte le piazza del centro occupate dai tavolini; certo è bello e utile avere tavolini, ma anche panchine, belle viste dei palazzi e delle piazze, spazi per far giocare i figli.
Una buona cosa per gli abitanti: anche a noi piace prendere il caffè in un tavolino all'aperto e ci piacerebbe poter godere di un buon aperitivo con vista mare (se ci sono pochi esercizi che offrono un buon aperitivo non è perché non hanno spazio all'aperto! Mi piace ricordare, al proposito, questa riflessione di un mio conoscente), ma anche a noi piace avere una bella vista di piazze e monumenti, avere panchine, spazi verdi, spazi per giocare, marciapiedi percorribili.

Certo un regolamento non basta: ci vuole pianificazione delle funzioni e  degli spazi.
Probabilmente alla fine, mettendo mano alla viabilità e alla gestione della mobilità (meno traffico automobilistico e razionalizzazione di soste e parcheggi), alla riqualificazione di strade urbane e quartieri, alla dotazione di servizi sui lungo-mare e nei quartieri, a un piano del commercio e delle attività, a un piano degli arredi e del colore, si arriverà ad aumentare il numero complessivo di posti a sedere all'aperto, anche in modo significativo, ma con diversa distribuzione e riducendo la densità in alcune zone.

Ma - si dice - c'è la crisi; e quando c'è la crisi tutto va bene. Non penso che sia vero: dalla crisi si esce aumentando la qualità e il valore aggiunto delle produzioni, con città più attraenti, con un'offerta gastronomica e commerciale più attraente, con aperitivi più sontuosi, con un'offerta che dura di più e ce si ingegna di essere attraente anche quando non è molto caldo; e anche con politiche dei prezzi, naturalmente; il bello è che di imprenditori innovativi nel campo della ristorazione e nei pubblici esercizi ce ne sono molti, molti di loro lo sono anche perché non godono di vantaggi localizzativi, e così si ingegnano (io ne ho in mente molti, e voi?).

Non so come finirà la vicenda. Ma potrebbe persino finire bene: con buon senso e rigore, trasparenza e lungimiranza. Io ci spero.





lunedì 11 agosto 2014

La monocultura del turismo uccide le città

Le cronache ci raccontano di una città allo sbando, travolta da flussi incontrollati di turisti, assediata da grandi navi da crociera che penetrano nei suoi canali, in perdita costante di abitanti e di funzioni.
Dopo più di un millennio, quella che è stata la città più prospera del mondo e forse la più bella si è estinta.
Non ci voleva molto a capire che una città che viva solo di turismo è destinata a una rapida scomparsa.
Venezia è scomparsa come città: rimane un fondale su cui si innestano molti musei straordinari, depredata dall'uso privato, immemore dei suoi governi, aristocratici e  classisti, ma saggi e capaci di visione.
Eravamo in pochi a dire che troppi turisti fanno male, non importa se poveri o ricchi, giovani o vecchi, colti o ignoranti.
Troppi turisti fanno male alle città, ma anche alle spiagge e ai boschi.
Fanno male a Venezia e fanno male ad Alghero.
Il turismo è un'industria pesante, consuma territorio e risorse, impoverisce e banalizza storie, culture e commerci.
Senza industrie non si può vivere, ma il buon governo impone di limitarne l'impatto, di evitare la distruzione delle stratificazioni storiche e dell'ambiente.
Io ho detto a suo tempo che a Venezia servivano meno turisti, e allora erano la metà di oggi: io penso che sia un crimine che le navi da crociera entrino in una città così delicata e complessa.
Se dicessi sommessamente che ad Alghero servono meno turisti ad Agosto, sarei anche questa volta contrastato e irriso?
Ad Alghero serve che ci siano meno turisti ad Agosto.
E forse anche a Luglio.
E badate che non sto parlando di meno turisti con le pezze al culo e di più turisti di lusso (dio ce ne scampi da questi ultimi) e neppure di turisti "colti" (per carità!): quando dico meno dico meno in assoluto.
Mentre ne vorrei di più a novembre e a febbraio.
E vorrei che le liberalizzazioni fossero sagge e opportune (Bersani mi sta simpatico e Renzi no, ma le "lenzuolate" sono state spesso improvvide): se un bar serve cibi è bene che si sappia che però quello non è un ristorante, ed è solo un esempio.
Si parla di tassa di soggiorno: penso che sia una cosa giusta, se è una tassa di scopo e se la si paga (anche salata ad Agosto) in modo diverso nei diversi periodi dell'anno e se si trova il modo di far pagare qualcosa anche a chi non passa neppure una notte in città, ma ne usa gli spazi, specie se lo fa ad Agosto.
Ma quel che voglio dire è: la monocultura uccide le città, quella del turismo particolarmente in fretta.




 


martedì 29 ottobre 2013

Parcheggi e plateatici

Rispetto al post pubblicato più di un mese fa, sono in grado - grazie al lavoro di Maria Graziella Serra (che è consigliera comunale e che ha potuto incontrare i dirigenti coinvolti, spendendo diverse ore del suo tempo) di avere alcune informazioni, che sono a volte frammentarie, imprecise e - se posso permettermi - opache o reticenti.
Le rendo note qua sotto, assumendomi la responsabilità di eventuali errori di interpretazione delle preziose note di Maria Graziella.

Non senza aver premesso che - lacunosità a parte - non è questo quel che si intende per trasparenza: non dovrebbero servire interventi di consiglieri e rielaborazioni di dati ricevuti a spizzichi e boccini: dovremmo trovare tutto in rete, chiaro, ben ordinato e aggiornato.
Non costerebbe di più, anzi farebbe risparmiare tempo.
Comunque ecco i dati, che sono disponibile ad aggiornare e correggere sulla base delle informazioni che dovessi ricevere man mano. Aggiungo in corsivo dubbi, quesiti e osservazioni.

Transiti e parcheggi in centro storico
Riferimento: Ordinanza Sindacale n. 280 del 2006 (allegata)
Ho provato a fare un po’ di ordine tra i dati ricevuti.Ci sono 687 autorizzazioni tra autovetture, ciclomotori, motocicli per residenti (più i transiti in quanto possessori di garage, con colore diverso).


687 più i transiti?

Con che distribuzione tra auto, ciclomotori e motocicli?
Pass rilasciati ai medici 57.

Possono parcheggiare per tutto il giorno e tutta la notte?
Pass per servizi 273, 70 per assistenza agli anziani 70.
[I servizi hanno due categorie: 0 - 24 per quelli che portano le pizze, i lavori pubblici. i giornalisti. i panettieri, gas in bombole, mezzi di servizio tipo Telecom, Abbanoa, Alghero in house.
Gli altri invece hanno come orari 8 - 20 idraulici, elettricisti, rappresentanti di preziosi, consegna bibite, gelati, imprese di pulizie]
[Per assistenza agli anziani il diritto e' riconosciuto a decorrere dai 70 in su].

273 + 70?

214 per le autorità (sic!) (curia, polizia, carabinieri guardia di finanza, dirigenti comune, …)

Per auto di servizio o per auto private?
Plateatici
Regolamento sull'arredo urbano e concessioni suolo pubblico. [me lo devo procurare]
Mi limito a copiare gli appunti ricevuti con pochi aggiustamentiIl cittadino viene, presenta domanda e allega planimetria del luogo in cui intende posizionare sedie e tavolini, dopo il comando fa il sopralluogo e se non sussistono problemi viabilistici rilascia la concessione.
Può raggiungere il 40% della superficie interna (sic!).
Da marzo 2013 si è proseguito quanto trovato dall'ufficio demanio. Da allora non sono stati rilaa nuove concessioni, se non temporanee.

[E quelle temporanee non sono quelle più significative?]

La stragrande maggioranza dei tavolini è vecchia di almeno dieci anni.(sic!)
Il pagamento lo stabilisce la SECAL

[Dovrò chiedere]

Le zone non sono perimetrate.
I controlli vengono fatti dalle pattuglie, anche d'ufficio. Ci sono verbali perché hanno occupato spazio ulteriore: quest'anno saranno circa 7 e 8 in più.


****
Un  unico commento generale: vedo spazi enormi di discrezionalità. Quello che trasparenza e informazione renderebbero più difficile.


  .

domenica 13 ottobre 2013

Quando AAA era ancora in vita...

Come sapete non è stato il maggiordomo.
Prima di mezzanotte (come nella tradizione dei migliori Murder Party) saprete il nome dell'assassino (se volete un altro indizio potete riguardarvi Assassinio sull'Orient Express).

Ma mi preme ricordare una vicenda che c'entra e non c'entra.
Alghero è stata esclusa dal programma di riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile pubblicato nel 2012 (aprile); fu quella la prima occasione in cui la disponibilità di AAA di dare una mano fu gentilmente declinata,
Dopo che apprendemmo che il Comune intendeva esserci (lo apprendemmo per vie traverse a fine luglio 2012) ci rendemmo disponibili: bisognava fare in fretta è vero, e noi dicemmo che potevamo lavorare anche di notte, anche perché - e ci tornerò - un bel progetto su quella stessa area era disponibile, già preparato per un altro bando, in collaborazione con il Comune.
Ma c'era un progetto dei tecnici comunali nel cassetto da qualche anno, sulla cui ragionevolezza urbanistica (lasciamo da parte la qualità architettonica) avevo dei dubbi, ma soprattutto servivano idee per il piano di gestione e assegnazione (che nel vecchio progetto c'erano ed erano molto interessanti). Non fummo ascoltati e fummo salutati cordialmente: "questa volta non è stato possibile, ma da fine agosto (2012!) ci faremo vivi, per altri progetti".
Provate a indovinare se è successo.

Ma quel che più mi preoccupa è che il progetto presentato dal Comune, con la consulenza e la partnership di AAA e di LAORE, nel 2011 per circa 100 alloggi a Santa Maria La Palma e in via De Gasperi, e che è arrivato primo con molti elogi della commissione ed è stato considerato come possibile riferimento per gli altri progetti ammessi al finanziamento, rischia di essere perduto.
Un po' di informazioni: il progetto è stato preparato nel 2011 - a titolo gratuito - in collaborazione con gli uffici comunali da un gruppo di lavoro composto da tre laureati in carico ad AAA con il programma Master & Back (Barbara Dovarch, Francesca Frigau e Pietro Pusceddu) come progettisti, da Andrea Vallebona che si è occupato del coordinamento e dello studio di fattibilità, dal laboratorio LEAP diretto da Vanni Maciocco: a un paio di incontri sono andato anche io. Si tratta di un progetto bello, intelligente, innovativo. Barbara, Francesca e Pietro sono bravi e hanno fatto tesoro della loro esperienza fuori Sardegna e all'estero.
Speravano, erano certi, che avendo Alghero vinto quel bando il Comune fosse interessato a ottenere il finanziamento e a realizzare questo straordinario intervento; potevano essere coinvolti loro e gli uffici comunali potevano avere un ruolo importante, che poteva servire anche ad aumentare la qualità dell loro lavoro e la loro professionalità.
Non c'è certezza che questo avverrà, anzi.

Ci dice qualcosa, questa vicenda, su alcune delle ragioni della triste crisi amministrativa di questa città?





sabato 12 ottobre 2013

Chi ha ucciso Architettura ad Alghero?

Ebbene no.
Il titolo è una trappola.
Oggi voglio parlarvi di una delle altre iniziative di AAA: con altri partner, da TaMaLaCà all'AUSER. abbiamo oggi - guidati dalla nostra laureanda Lia Ara - messo mano a un piccolo spazio abbandonato, un triste passaggio chiuso tra scuola e chiesa tra i quartieri di Rizzeddu e Monserrato.


L'idea è di restituire alla città, come spazio di incontro e di produzione (modesta: alcuni piccoli orti) un'area, che può essere autogestita, aprirsi alla scuola, ingrandirsi un po' e costruire relazioni e un po' di bellezza.
Con la spontaneità dell'auto-organizzazione, a bassissimo costo, con pratiche contagiose: modi di essere possibili di una città sana.
Mi è piaciuto esserci e non solo per il piccolo banchetto a ora di pranzo.


Mi sono rivenute in mente alcuni idee radicali, che però mi paiono ragionevoli, mi piace pensare che sarebbero piaciute a Kropotkin, a Prarmpolini e a Colin Ward. Ve le propongo.
[A proposto domani risponderò alla domanda del titolo.]

IL DIRITTO ALLA TERRA (E ALLA CITTÀ)
Latifondisti e proprietari assenteisti lasciavano le loro terre incolte.
Il movimento dei contadini le occupava rivendicando la riforma agraria.
Dicevano che non solo non era economicamente giusto che la terra non fosse coltivata, ma che era anche una vergogna etica.
Lotte dure, che in molte parti del mondo continuano ancora oggi.
E in città?
Ci sono o non ci sono proprietari assenteisti che lasciano “incolti” i loro edifici industriali, le loro case, i loro spazi vaghi dentro la città, ben dentro la città, una città che ha persone che hanno bisogno di case, di spazi pubblici, di verde?
E non è giusta dunque una battaglia contro l’assenteismo dei proprietari fondiari urbani assenteisti (anche quelli pubblici se è il caso), cominciando con l’occupazione e l’uso di quegli spazi?
Come hanno fatto i centri sociali, il movimento di guerrilla gardening, gli occupanti delle case?
O la proprietà privata in città non ha limiti, mentre li ha solo in campagna?
Se lascio abbandonata e inutilizzata una proprietà per un tempo consistente è giusto e saggio acquisirla all'uso collettivo.
Intanto con la lotta: la riforma verrà e ci darà regole e modalità.





 

lunedì 9 settembre 2013

Una data importante

Non è solo l'anniversario di due fatti tragici.
La morte di Allende e il colpo di stato dei militari felloni in Cile, avvenuta quarant'anni fa (tutti dobbiamo moltissimo al compagno Allende; "con la legitimidad que da el respeto a los valores democráticos. Con la seguridad que da un programa. Con la fortaleza de ser mayoría. Con la pasión del revolucionario. ¡Venceremos!”).
L'attacco alle Twin Towers del 2001, da cui è nata una fase di incertezza e di instabilità sempre più preoccupante, tra cui i venti di guerra di questi giorni; in quegli attentati morirono circa tremila persone, vittime innocenti tra cui 343 vigili del fuoco e molti immigrati.

Per noi è la data del compleanno del nostro amico e collega Francesco "Ciccio" Indovina, un compagno e amico fraterno che ho conosciuto poco più di quarant'anni fa in quell'opificio di idee e di innovazione che era il corso di Laurea di Urbanistica nella lussuosa sede di Villa Albrizzi -  Franchetti a Preganziol. Una sede lussuosa messa a disposizione dalla provincia di Treviso per il primo corso di laurea di urbanistica italiano.
Un corso voluto da Giovanni Astengo  
Io ero un giovanissimo borsista ministeriale e avevo pochi impegni accademici sicché mi sedevo in aula e ho imparato da grandi maestri (cito solo il compianto Guglielmo Zambrini, un grande esperto di trasporti, persona di straordinaria lucidità e di un umorismo raffinato).
Francesco ha la dote (rischiosa, ma feconda) di dare fiducia, a prima vista, come una scommessa; quasi sempre si sceglie persone fuori dal coro, anche per l'amore un po' snob che ha (quasi) sempre di mettersi dalla parte del torto.
Queste scommesse non sempre si vincono, ma è l'unico modo di aprire al mondo un'istituzione chiusa come l'università.
Dopo la pensione abbiamo chiesto a Ciccio di insegnare da noi.
Non si è limitato ad accettare, è diventato parte della nostra istituzione e della nostra comunità, amatissimo dagli studenti, generatore incessante di idee e proposte.

Dimenticavo: è difficile crederci, ma questo è l'ottantesimo compleanno di Francesco, per questo abbiamo organizzato una giornata particolare di riflessione e festa.




lunedì 12 agosto 2013

A proposito di Archivi e Biblioteche

Precisiamo.
Io credo nell'importanza degli archivi storici e delle biblioteche pubbliche generaliste.
Gli archivi - come è ovvio - saranno frequentati da un numero ristretto di persone, anche se - credo - potrebbe essere molto utile che la loro importanza e le loro funzioni vengano conosciute da un pubblico più ampio e anche se - credo - potrebbero essere motore di iniziative culturali (mostre e pubblicazioni ad esempio) che rendano vivo e vitale l'importante patrimonio che contengono.
Certo se questi sono gli orari ad Alghero, qualche riflessione dobbiamo farla.
Orario Lun, Mar, Mer, Giov, Ven: 08.30 - 13.30
                  Mar, Mer: 15.00 - 17.00

Dico anche che ritengo che  è opportuno che tutte le funzioni pubbliche abbiano spazi importanti, anche simbolicamente, e che quindi comunque non è bene, ad esempio,  relegare un archivio storico in spazi di risulta (a parte che gli archivi richiedono importanti misure di sicurezza e spazi adeguati per la conservazione di un patrimonio delicato).

Sulle biblioteche pubbliche non c'è niente da dire di più di questo: sono presidi di democrazia, luoghi pubblici di inclusione per eccellenza, devono essere belle, fruibili, aperte a ogni ora e ogni giorno e a tutti, attive, moderne, vive.
Non è affatto impossibile che biblioteche specialistiche e generaliste convivano, anzi da questa convivenza può nascere uno spazio straordinario e un servizio straordinario (e delle relazioni feconde).
Vogliamo vedere gli orari della biblioteca comunale ad Alghero:
Mattino dal Lunedì al Venerdì, dalle ore 08.00 alle ore 13.45
Pomeriggio dal Lunedì al Giovedì, dalle ore 15.30 alle ore 18.15

Quindi partiamo da molto indietro.

Che la biblioteca sia (possa essere, debba essere) una vera e propria moderna "piazza del sapere" (dal titolo di un libro di Antonella Agnoli che studenti, architetti, urbanisti dovrebbe leggere e rileggere) è quello che vogliamo, che volevamo, che vorremmo avvenisse per gli spazi della biblioteca al Santa Chiara.
Ci sono dei problemi da risolvere? Ci sono.
Comincio a dire che - a mio avviso - lo spazio del Santa Chiara destinato all'archivio storico è uno spazio inadeguato e inopportuno per quella funzione, penso che ci potrebbero essere delle alternative migliori, che quello spazio con quella destinazione riduce l'uso pubblico, limita l'espansione delle potenzialità della biblioteca, costringe a interventi architettonici impropri.
Posso chiedere ai miei critici, tra cui ricordo Gustau Navarro Barba e Tore Frulio tra gli altri, a chi ha pensato o deciso il recupero e la destinazione di quegli spazi: l'attuale assessore e l'attuale sindaco  e i sindaci passati,  a un grande utente come l'amico Antonio Budruni, di dire cosa ne pensano, magari per smentirmi o colmare le mie ignoranze?
Mi piacerebbe poter fare una discussione che partendo dall'uso di quegli spazi immagini una gestione moderna e innovativa di tutti gli spazi pubblici, risolvendo o provando a risolvere tanti problemi, tra cui, e tra i primi in questi tempi grami, quello dei necessari risparmi in affitto per il Comune.
Magari ripensando all'uso complessivo dell'area "non didattica" del Santa Chiara: per esempio mi viene in mente che potrebbe essere destinata tutta a spazio per la biblioteca, incorporando l'auditorium dentro quello spazio.
Insomma ci va di pensarci?
Il mio blog è a disposizione per commenti; ma potete anche inviarmi scritti che pubblicherò volentieri per intero. 
Ho invitato Antonella Agnoli per un incontro di lavoro il 24 settembre; magari in quell'occasione possiamo confrontarci più in dettaglio. Ma intanto - pacatamente e senza pregiudiziali - potremmo cominciare a dirci qualcosa.







sabato 10 agosto 2013

Troppo tardi per smettere

Non è mai troppo tardi.
Non è mai troppo tardi per decidere di abbandonare un progetto, anche se quando lo si è pensato e avviato era, appariva o poteva apparire giusto, utile, importante, realizzabile.
La Corte dei Conti è fatta di persone ragionevole e competenti: se si scopre che mantenere in vita un oggetto o un bene rappresenta un costo senza vantaggi, quel bene o quell'oggetto possono essere dismessi, conferiti, distrutti. Specie se ci si ripromette di investirci altre risorse (più o meno virtuali è un altro discorso).
Io penso (ma come vedremo non è importante quel che penso io) che il cosiddetto Palazzo dei Congressi di A*, pensato e voluto – a torto o a ragione in quel momento - qualche decennio or sono, non potrà mai funzionare e rappresenterà sempre un costo senza vantaggi (se no, credo, si sarebbe trovato da tempo qualcuno interessato o disponibile a prenderlo in gestione) e che quindi l’unica soluzione corretta (anche dal punto di vista estetico e paesaggistico) sia abbatterlo.
Ovviamente si può pensarla diversamente; un piccolo studio di fattibilità, dal costo di poche migliaia di euro, può dircelo; e – nel caso – può dirci a quali condizioni può invece cominciare a funzionare ed essere, anche in senso lato, una risorsa ed eventualmente quanti soldi servono per metterlo in condizione di funzionare.
Ad A* di spazi e di edifici o ristrutturati costruiti con soldi pubblici (anche quelli dell’Europa o della Regione sono soldi pubblici, cioè soldi nostri) e non utilizzati o non bene utilizzati ce ne sono parecchi, di spazi e di edifici abbandonati, in città e nel contado, che potrebbero essere ristrutturati e utilizzati in modo intelligente e produttivo (in senso lato) ce ne sono parecchi.
Non sarebbe insensato oltre a quello studio di fattibilità (se non si facesse e si immettessero nuove risorse sarebbe sì opportuno che intervenisse la Corte dei Conti) prevedere anche la realizzazione di un sistema informativo per un piano di interventi e di gestione nel lungo periodo, ci voleva e vuole meno di un anno per farlo.
E magari così si avrebbe un quadro esatto e noto a tutti anche delle concessioni dei plateatici, per non dirne che una, o si potrebbe pianificare la migliore distribuzione degli uffici comunale per dirne un’altra.

Pubblicato sulla Voce di Alghero l'8 Agosto 2013




mercoledì 7 agosto 2013

Quel che c'è da correggere

Debbo ammettere che c’è una grande sensibilità anche per le piccole cose, quando si parla di urbanistica.
Come si usa dire in Grecia: “quando uno si è scottato la lingua, soffia anche sullo yogurt”.
Credo che basti andare un po’ in giro nelle nostre città per rendersi conto dei danni che le scelte urbanistiche negli ultimi decenni hanno fatto in termini estetici, sociali, di qualità della vita.
Io credo che si debba ripensare a quel che è successo in questi decenni e si debba cambiare rotta.
Comincerei dal rimuovere il campo da un’argomentazione che è infondata oltre che impropria.
Non potrà essere la nuova edificazione a salvare il settore produttivo dell’edilizia, che tutti sappiamo essere importante, anche per l’occupazione diretta e indiretta che genera.
Serve rilanciare l’edilizia? Io credo di sì, ma con un’ottica diversa che in passato. La devastazione degli ultimi decenni non è frutto dell’immaturità o dell’inefficienza del settore produttivo dell’edilizia: è frutto del dominio della rendita e della speculazione; i soldi non li facevano gli imprenditori, ma gli speculatori, i soldi si facevano sul valore aggiunto che alle aree comprate per due lire veniva – spesso in modo arbitrario, talvolta con la corruzione – aggiunto dalle scelte pubbliche, non sulla qualità e l’innovazione dei manufatti.
Voglio fare un’affermazione: serve rilanciare l’edilizia non perché di ogni attività industriale c’è bisogno se dà lavoro: ci sono attività inquinanti, che devastano l’ambiente e il territorio, che distruggono la salute che non sono ammissibili, anche se portano lavoro.
Ma rilanciare l’edilizia serve: c’è un enorme patrimonio abitativo che va risanato, recuperato, ristrutturato, riqualificato, ricostruito; c’è un assetto urbanistico dei quartieri, che coinvolge spazi versi, strade, piazze, servizi, che va ridefinito o addirittura costruito, ci sono interventi sulle mobilità urbane e extra-urbane che sono indispensabili, c’è un insieme di azioni per la difesa del territorio e del paesaggio che sono urgenti.
Per fare questo servono saperi progettuali e artigianali, innovazione tecnologica, materiali, architetti e urbanisti ben formati, cioè un’edilizia di qualità, ad alto valore aggiunto, ad alta intensità di lavoro e di lavoro qualificato.
Un rilancio dell’edilizia che è tanto più facile e possibile, quanto meno vi è consumo di suolo, aumento delle cubature, manomissione dell’ambiente.
I nemici degli imprenditori edili sono gli speculatori, non chi crede che non ci sia senso e ragione nella crescita improvvida del costruito.
Per questo varianti, variantine o correzioni che siano che aumentino il costruito, in assenza di una visione, senza equità, senza rispettare elementari norme estetiche, senza valutazioni o stime degli effetti, trovano un’opposizione, risvegliano timori e suscitano dubbi.
Per questo ci si aspetterebbe che si lavori a un piano urbanistico, moderno e innovativo, che sappia riconoscere quel che ormai urbanisti, amministratori riconoscono in Germania, in Francia, in Olanda, in Svezia, …: esiste la possibilità, anzi c’è la necessità, di trasformare le nostre città, ma per farle più belle e vivibili, più sobrie e più eleganti, in armonia con l'ambiente e la natura (oh yes).
E questa trasformazione dà lavoro, buon lavoro; e può darlo per lungo tempo.







venerdì 2 agosto 2013

Guardatelo

Una sola idea: serve essere radicali e serve essere capaci di operare.
Per costruire il diritto alla città.
Guardate qui.
Parliamone.


domenica 28 luglio 2013

A proposito di tavolini: viva la libertà!

Confesso che quando il PCI cambiò nome a una domanda su quale nome avrei dato al nuovo partito della sinistra risposi anche (c’erano tre opzioni) “Partito delle libertà”. Quel plurale mi parlava sia delle libertà cosiddette “negative” (libertà da) sia di quelle cosiddette positive (libertà di).
Noi di sinistra a volte pensiamo che sia necessario indicare alle persone quello che devono fare, invece di lasciare che abbiano le possibilità e le capacità di fare quel che vogliono. È un errore, a mio avviso. In realtà la cosa non è così semplice: anche il liberalismo classico riconosce che la libertà, fondamento della dignità dell’individuo e “dio padre” nella trinità con eguaglianza e fraternità, non è assoluta, ma trova il suo limite nel non ledere la libertà altrui.
Ad esempio credo che sia giusto riconoscere la libertà a chi ama andare in automobile di farlo, anche con un SUV se del caso, sino a che questa libertà non limita la libertà di altri, di chi vuol andare a piedi, in bicicletta, in bus; se per riconoscere la libertà dei primi si organizzano le strade e si investono le risorse per consentire solo a loro di muoversi liberamente, la libertà totale di riduce, il diritto a essere liberi è conculcato. La libertà dei più deboli, tra l’altro, va considerata più preziosa.
Direte: e i tavolini?
Credo che dovremmo fare alcune premesse, ricordandoci di quanto sinora scritto.
La prima è che i tavolini occupano uno spazio pubblico; fanno concorrenza ai parcheggi, agli spazi per il gioco, alle aree per il libero godimento della città, determinano un paesaggio diverso da altri paesaggi esistenti o possibili.
La seconda è che l’iniziativa economica degli individui è una cosa molto positiva e che ciascuno è libero di intraprenderla, anche rovinandosi e fallendo se sbaglia; la libertà di intraprendere non è neppur essa assoluta, ma deve rispettare altre libertà: ad esempio quella degli altri di non essere sottoposti a inquinamento o a rumori molesti, e anche quella di chi lavora al rispetto della sua dignità.
La necessità e l’opportunità di regolare l’uso a fini privati degli spazi pubblici, con appositi meccanismi (ad esempio le concessioni) non sono in discussione, così come la necessità di sanzionare l’appropriazione privata di spazi pubblici (una volta si sarebbe detto “rubare alla vedova e all’orfano”) siano essi spiagge, strade, piazze; io direi che va sanzionata con severità e prontezza.

Veniamo ai tavolini.
Comincerei da una cosa molto semplice: la trasparenza. Ogni concessione pubblica deve essere nota a tutti: non con un faticoso accesso agli atti, ma, direi, automaticamente, su un database in rete, con le caratteristiche, il costo, la data di richiesta e di approvazione, i nomi e cognomi di chi ha approvato, la perimetrazione esatta (se ci si dotasse di un GIS accessibile in rete, sarebbe facilissimo verificare).
In secondo luogo le regole; la concessione pubblica configura in qualche misura obbligo di servizio pubblico: bagni accessibili, periodo di apertura, manutenzione e cura, diritti di passaggio.
In terzo luogo serve un piano che definisca quali aree sono utilizzabili e quali no e la percentuale di suolo che zona per zona può essere occupato, quale può essere la percentuale massima di area scoperta rispetto all’area interna, per tipologia di attività.
In quarto luogo servono rigorose indicazioni estetiche: una sorta di abaco degli arredi ammessi che va in automatico, se poi qualcuno si fa progettare il gazebo da Rem Koolhaas si sottoponga a una valutazione.
Infine serve una politica fiscale a sostegno di quella urbanistica, variare tasse e percentuali per evitare l’eccesso di concentrazione e favorire la distribuzione delle attività su aree più ampie.
Queste scelte vanno fatte coinvolgendo la popolazione direttamente interessata.

Ho già scritto che spesso il proliferare di pubblici esercizi (ormai quasi tutti ristoranti di fatto: i bar servono pranzi e cene, non solo panini, tramezzini o toast, ora servano anche ogni tipo di piatti o pizze, più o meno precotti: non so se è un bene) è un sintomo della crisi: butto gli ultimi risparmi e spero di cavarmela (anche se non so fare il mestiere, difficile, di barista o ristoratore), resisto pochi mesi e poi vado in malore e vengo rilevato da un altro disperato.
Una banale domanda: se i turisti non crescono di numero e spendono meno, se la crisi fa andare a mangiar fuori le persone meno spesso, come si reggono le decine e decine di bar-ristoranti che nascono come funghi dopo la pioggia?
Magari, concentrandosi nelle aree di pregio, sottraggono clienti ad altri esercizi più diffusi, ma, come è noto: “è la somma che fa il totale”.
Continuo a essere convinto che una pubblica amministrazione possa far molto per garantire la libertà dei cittadini di intraprendere e la libertà dei cittadini di godere lo spazio pubblico: una saggia politica può far convivere queste due libertà.
Esattamente quel che non succede senza politiche pubbliche, quando un’amministrazione non c’è.

Opinione pubblicata sulla Voce di Alghero il 26 Luglio 2013







lunedì 22 luglio 2013

Sale giochi, compro oro e tavolino selvaggio

Tre segni della crisi e della risposta che il Mercato (da non confondere con il mercato) sa dare.
Sappiatelo: sinché avrete un solo centesimo ci sarà chi farà in modo di portarvelo via.
La crisi c’è e morde duro.
Da sempre un indicatore della crisi sono le sale gioco e i negozi che comprano oro.

Io amo il gioco e mi piace giocare, non demonizzo il gioco d’azzardo anche se so che è pericoloso: la saggezza voleva che ci fosse un controllo, una limitazione e una regolamentazione: pochi casinò, molto controllati, con rituali severi (in genere al casinò si rovinavano solo ricchi borghesi o aristocratici decaduti).
Poi le liberalizzazioni (non so se con le famose “lenzuolate” di Bersani, di cui lui si vanta, ma che gli andrebbero rimproverate) ed ecco apparire le macchinette mangiasoldi per ogni dove.
Posso dire che quelle macchinette e le rutilanti sale giochi malamente e surrettiziamente pubblicizzate sono una iattura?
Un altro segno sono – ed è facile capire perché – i negozi in cui si compra oro.

Ma ce ne è un altro, la nascita un po’ disperata di decine e decine di bar e ristoranti in ogni buco dei centri delle città, cercando di acchiappare i turisti di due mesi e chissà come campando gli altri dieci.
Per sopravvivere quei “buchi” hanno bisogno dello spazio pubblico ed ecco che – senza criterio e senza pianificazione – ogni centimetro di spazio pubblico è occupato da tavolini.
Voi dite che il governo locale non può far niente? Mica vero.

Opinione pubblicata sulla Voce di Alghero il 21 Giugno 2013



venerdì 21 giugno 2013

On participation




Tools and models to improve democracy: simulation, gaming-simulation and new technologies
  • There is democracy and democracy 
  • Participation is possible at many levels and it doesn't entail direct democracy 
  • In any case pacta sunt servanda 
  • Participation is a serious thing, not a tinsel 
  • Participation has to be done in the right way 
  • There are irreducible conflicts 
  • New Technologies do help (when they are not just a fetch) 
  • Games are usually effective as active communication, learning and negotiation devices
Read the paper.



domenica 8 luglio 2012

Unsustainable city

On certain linguistic imperfections and the desire to avoid immortality: notes on the concept of the “sustainable city” 

I deem it necessary to start this paper by explaining the praises for hypocrisy.
Every day hypocrisy can often be indispensable for the management of social life and for the conservation of social order (for instance, that which disturbs people about squatters is their complete disregard for “good social manners”, their ways of being, and especially their need to appear “ugly, dirty and mean”: one difference between anarchists and communists, is that communists are generally “well mannered” and it could be meaningful).

Here.




Ho votato per due volte per Renato Soru ...

.. e magari lo farei un'altra volta.
Ma a me piace dire quel che penso. Un mio articolo del 2009.






Briatore e Soru: diversi e un po' uguali?
Due sono state le notizie principali in Sardegna, nelle prime settimane di Agosto.
Di peso ed interesse diverso esse mi hanno offerto l’occasione di una riflessione.
La prima, non molto importante, è l’appello di Briatore contro la cosiddetta “tassa sul lusso” in Sardegna; un appello che sicuramente si presta a facili ironie: in ogni caso il suo nocciolo è che il turismo dei ricchi porta benessere.
La seconda, molto importante, è l’annuncio che fra due anni si chiuderà la base militare della Maddalena; e qui mi sono ricordato che il Presidente della Sardegna Soru da tempo ha condotto questa benemerita battaglia (ed anche quella sulle servitù militare), ma che tra le sue proposte per l’economia della Maddalena c’è il cosiddetto turismo di lusso (o dei ricchi: riassumibile nella formula “hotel a cinque stelle e campi da golf”).
In un certo senso, nonostante le polemiche tra loro, vi è forse un “comune sentire” fra Briatore e Soru.
Non voglio paragonare il faccendiere Briatore, che pure è persino simpatico (a parte il rispetto che va tributato a chi ha avuto al fortuna ed il merito di essere scelto come fidanzato da Naomi Campbell), ma che miliardario (billionaire) probabilmente non è, a Soru.
Soru miliardario lo è per davvero: è stato tra i primi cento ricchi del mondo nella classifica di Forbes, ma soprattutto è un grande imprenditore, capace di innovazione e visione (un innovatore nel senso che gli dava Shumpeter).
Ma sembrano entrambi convinti che il turismo buono sia quello di lusso.
Questo vorrei porre in dubbio.
Soru è persona coerente e tenace ed alcune sue scelte di tipo ambientale ed urbanistico (in primis il decreto “salvacoste”) sono in linea di principio ottime, anche se richiederanno molta intelligenza e molte competenze per dare frutti veri.
Incoerente e sbagliata è invece un’altra iniziativa del Presidente Soru: quella relativa al “Bando per la cessione, riqualificazione e trasformazione di ambiti di particolare interesse paesaggistico del parco geominerario della Sardegna”.
È un bando che prevede la vendita di edifici in “luoghi ormai abbandonati da molti decenni, che sono stati nel passato centro di importanti vicende operaie e industriali, costituiti da villaggi operai raccolti attorno a piccole chiese, palazzine direzionali, edifici scolastici, che si affiancano alle grandi strutture legate all'attività estrattiva, imponenti laverie, pozzi, giganteschi impianti industriali. Sono le architetture di un'epoca passata che sorgono in una zona costiera, in gran parte intatta, un vero spettacolo della natura.”
Si tratta di 260.000 metri cubi, da destinare “a strutture alberghiere ricettive con annessi centri benessere, strutture sportive e per il golf, interventi di miglioramento ambientale e di forestazione, realizzazione di strutture di supporto alla fruizione turistica dei siti di archeologia industriale eventualmente insistenti su tali aree.”
Anche qui ci si immaginano le cinque stelle, mentre il golf è esplicitamente citato.
Vero è che l’elenco delle destinazioni d’uso è “esemplificativo e non esaustivo”, come è stato precisato in un dei “quesiti e chiarimenti”, ma esemplificare significa appunto “proporre ad esempio”.
Ci sono delle considerazioni di tipo generale: perché vendere e non dare in concessione o gestire direttamente o con una società mista?
Ci sono considerazione legate ai quei luoghi: perché vendere quelle straordinarie architetture che sono luoghi di grande rilievo storico, culturale ed identitario (io le ho conosciute attraverso il film di Cabiddu, Il figlio di Bakunin)? Perché destinare a “strutture per il golf” zone estremamente “sensibili” per le emozioni e le memorie, che poi sorgono in una zona costiera “che è un vero spettacolo della natura”, estremamente sensibile dal punto di vista ambientale?
Ma quello che non mi convince, che mi pare non meditato, banale e non motivato è il convincimento che traspare qui, come in molti altre proposte, secondo cui il “turismo di lusso” è un buon turismo.
Non è così; in linea generale, almeno.
Non lo è (certamente) da un punto di vista ambientale: l’impronta ecologica del turista di lusso è enorme e assai fetida.
Non lo è (io credo) da un punto di vista economico: tende a creare ghetti autosufficienti, occupazione di bassa qualità e di tipo servile, servizi di tipo “internazionale” e non legati ai luoghi, incentiva il turismo “mordi e fuggi” dei voyeur, è egoista e tendenzialmente stagionale, provoca aumenti di prezzi, privatizza spazi pubblici.
Può darsi che in altri tempi non ci fossero alternative, ma quella era l’epoca in cui si veniva mandati in Sardegna per punizione e non per premio.
Il turismo “buono”, sostenibile ambientalmente ed economicamente, non si distingue per fascia di reddito, ma per il rapporto che ha con i luoghi.
Facciamo degli esempi.
È buono il turismo dei giovani e degli studenti, che magari spendono poco, ma si muovono sul territorio, interagiscono tra loro e con i residenti e si affezionano e tornano e ne parlano.
È buono il turismo “elitario” di persone ad alto reddito (in genere non strettamente “ricchi”) che cercano situazioni e sensazioni “speciali”, che hanno cultura e rispetto per i luoghi e che hanno bisogno di servizi ad alto valore aggiunto.
È buono il turismo fedele si persone a reddito medio, magari di pensionati, che “si affezionano” ad un luogo, tornano anno dopo anno, magari nei periodi non di punta, magari per risparmiare (è la propensione al risparmio uno dei fattori possibili di successo di azioni per “destagionalizzare”.
In genere è buono un turismo di “cittadini”, ovvero di persone che si sentono a casa loro e che perciò danno oltre che prendere e che si mescolano ai residenti e che vivono un po’ della loro stessa vita; tra loro forse qualche ricco vero cui proporre qualche cinque stelle o qualche bell’hotel de charme (che tra l’altro non sono tutti a cinque stelle).
Certo nella miscela necessaria per una massa critica si dovrà scontare per un po’ una quota di turismo omologato (ricco, povero e medio), ma una “politica del turismo” punta non tanto ad aumentare questo tipo di turismo, ma a lavorare per migliorare questo turismo e a competere per attrarne un altro.
La giusta battaglia che in altre epoche è stata fatta per evitare di “diventare un popolo di camerieri” può aver condotto a qualche guaio ambientale , ma aveva un senso ed esprimeva una necessità anche economica; un buon turismo è un turismo senza troppi camerieri (con tutto il rispetto e la stima per i camerieri, anche perché esistono camerieri di grande qualità e di grande valore aggiunto che è bene avere e – a quel livello – è anche un buon mestiere).
Un buon turismo non è una mono-cultura.
Un buon turismo è un’attività economica che si integra con altre.
E allora è bene essere prudenti e non seguire i luoghi comuni, ma è opportuno “calcolare” (come avrebbe detto forse Leibniz).
Ad esempio dire “basta seconde case” non è la stessa cosa di dire “facciamo più alberghi”; può darsi che qualche volta sia così e senza dubbio basta con altre seconde case, ma delle seconde case che ci sono già cosa ne facciamo? Che se ne stiano vuote per 335 giorni all’anno? E se magari un alcuni contesti, fossero proprio quelle case gli “alberghi” che servono?
Ad esempio “più occupazione nel settore del turismo” non è sempre una cosa positiva; c’è occupazione e occupazione: ci sono posti di lavoro servili e precarie indotti dal “turismo di rapina” (come giustamente lo ha definito il Presidente Soru) e ci sono quelle prestigiose e di qualità.
Che tipo di turismo serve per una “buona occupazione”?
Intanto partiamo da qui: vendere per un turismo così (che forse non distinguerebbe la Sardegna da Marrakesh, come dice giustamente il Presidente Soru) proprio quei luoghi della Sardegna sud-occidentale tra il Guspinese e il Sulcis Iglesiente, non è neppure un affare, credo.
Non mi riferisco al fatto che 40 milioni di euro siano pochi o tanti; non lo so.
Mi riferisco al fatto che il turismo possibile ed utile in quei luoghi è un altro; per luoghi carichi di storia, c’è bisogno di sobrietà e di rispetto; i luoghi della memoria vanno conosciuti ed assimilati, recuperati poco a poco e delicatamente, man mano che si bonificano, trasformandoli in un processo che crei una comunità di persone che imparano a conoscerli e ad amarli, persone che da sempre hanno vissuto in quei luoghi e persone che li hanno visitati una sola volta. Esperienze sagge e di successo non mancano.
Un passo indietro: prima di vendere, pensiamo a cosa è meglio.
Con la capacità di visione delle persone creative, con la capacità di correggere i propri errori delle persone intelligenti: insomma con le doti dell’imprenditore schumpeteriano.

venerdì 8 luglio 2011

A tutti gli animali urbani / Un appello del 2008 (senza esito purtroppo)



A tutti gli animali urbani! 

In pochi anni, pur in assenza di dinamiche rilevanti nell'afflusso di turisti, con un’economia stagnante ed una crescita di disoccupazione e sotto-occupazione, il centro storico della città di Alghero ha completato il suo processo di trasformazione in una “non-città” ad uso turistico (quella che – con un brutto neologismo – potremmo chiamare “disneylandizzazione”, ma a brutte cose è bene che corrispondano brutte parole); non solo: l’intera città si è trasformata in una distesa informe di servizi e di attività rivolte al turismo.
La conseguenza è stata la scomparsa dei servizi di prossimità, l’aumento dei prezzi, la perdita di funzioni, la banalizzazione dell’offerta, la cancellazione di diversità, quindi l’aumento della fragilità e della dipendenza.
Il tutto, in attesa che Soru faccia le valige (come rischia di succedere) e si possa cominciare a costruire di nuovo: costruire per costruire (la rendita alimenta sé stessa), in una città già piena di case vuote.
E intanto un patetico piccolo autobus “verde” da tre anni si aggira ridicolmente per le strade centrali, sempre desolatamente vuoto (sempre vuol dire che in tre anni non ha avuto un solo passeggero), foglia di fico dell’abbandono di ogni politica pubblica.
Non è una città di drammi Alghero, non ci sono strazianti contraddizioni, e neppure devastazioni irrimediabili.
Una città amministrata dal centro-destra, ma spesso non sarebbe diverso (non è diverso) se fosse amministrata dal centro-sinistra.
Ma è da Alghero che vorremmo partire per costruire un ragionamento, un’azione, un movimento, come se fosse l’epitome dei problemi urbani del nostro paese: una città media, con medi problemi e un’ordinaria follia.
La follia, la pura, evidente e dimostrata follia che il Mercato (quello con la M maiuscola di Dio) possa orientare e – alla fine – governare lo sviluppo urbano.
Senza pianificazione non c’è città, non c’è mai stata e non ci sarà mai: non vogliamo dire che non ci possono essere belle architetture, o confortevoli clubhouse, o ricchi centri commerciali, o parchi tematici divertenti, ma la città, ovvero la nicchia ecologica della nostra specie, il luogo che ci fa diversi come essere umani, donne ed uomini, dalle altre specie, il luogo in cui le diversità si incontrano e possono convivere (entrando in molte relazioni, in molti conflitti, in molte negoziazioni), la città – senza pianificazione - non c’è.
Perché la città è un bene pubblico, un luogo delle attività umane, non è una merce, anche se consente che le merci vengano prodotte, scambiate e consumate (la città è anche il luogo dei mercati, splendidi luoghi di incontro, con la m rigorosamente minuscola).
Senza pianificazione la città, che ha una “naturale” tendenza allo spreco e alla distruzione di ambienti, non può durare, non può entrare in equilibrio con il mondo, mangia sé stessa.
Con effetti globali e del tutto nuovi, perché l’ambiente della città è oggi il mondo e non c’è un altro mondo, più lontano, che può sostituire quello che viene distrutto.
Città fragili, in contesti delicati, hanno governato le loro terre e le loro acque, le loro economie e i loro conflitti e hanno vissuto, splendide, per molti secoli; quando hanno ceduto alle logiche del Mercato sono scomparse: Venezia è la più simbolicamente importante.
Rivolgiamo una proposta a quelli tra urbanisti, architetti, sociologi, economisti, archeologi, storici, scrittori, statistici, cartografi, scrittori, fotografi, registi, geografi, amministratori, geometri, giuristi, … che sono convinti che:
  • la città è un bene pubblico
  • la pianificazione è indispensabile
  • la sostenibilità è possibile
  • il futuro delle città non lo devono decidere gli “attori”, ma i cittadini
La proposta è di incontrarci ad Alghero nel prossimo Autunno / Inverno per dare vita alla rete nazionale la “Città è un bene pubblico”, con i pochi punti di convergenza che abbiamo elencato, e magari molti dissensi su altre cose; incontrarci noi moderati e noi radicali, noi innamorati del progresso e noi fanatici della conservazione, noi quantitativi e noi qualitativi, ma tutti inflessibili difensori dell’idea che non spetta alla speculazione decidere del nostro futuro e che – nonostante tutto – la città è possibile.

Arnaldo Bibo Cecchini
Edoardo Salzano
Giorgio Todde, scrittore
Giulio Angioni, antropologo
Piero Bevilacqua, storico
Francesco Erbani, giornalista
Oscar Mancini, sindacalista
Antonio di Gennaro, agronomo
Antonietta Mazzette, sociologa
Maria Pia Guermandi, archeologa
Giovanni Azzena, archeologo
Alberto Magnaghi, territorialista
Vezio De Lucia, urbanista
Roberto Camagni, economista
Gabriella Corona, storica
Giacomo Mameli, scrittore