giovedì 1 dicembre 2016

Il sole sorgerà ancora

Non so come andrà.
Voterò No e mi auguro che il No vinca.
Meglio se vince nettamente.
Non mi azzardo a dire cosa succederà dopo, anche se - a naso - direi che la soluzione migliore sarebbe un governo di scopo per fare una legge elettorale equilibrata e poi - in primavera - al voto.
Non mi azzardo a dire chi vincerà in quel caso.
Ciò premesso dedico questa ultima nota referendaria a un gruppo che persone che stimo, che sono mie "amiche" su facebook, alcune anche nella vita.
Persone che - dichiaratamente a malincuore - votano sì.
Mi pare evidente che tra i votanti del sì ci sono persone che non solo stimo, ma che sono certo di ritrovare dalla stessa parte nella lotta per la libertà e la giustizia.
Ci sono poi tra i votanti del sì e del NO anche persone che non stimo e che so che mi ritroverò contro nella battaglia per la libertà e la giustizia.
Tra i votanti del NO poi ho scoperto che ci sono, oltre a una quota inaccettabile di cialtroni (di destra, di sinistra, di "oltre"), persone per bene che non hanno le mie stesse idee, ma sono riflessivi e intellettualmente onesti: fa piacere.

A miei "amici" che si sono rassegnati al sì, vorrei proporre un'ultima interlocuzione.
Pensate davvero che sia opportuno dare fiducia a chi ci ha trascinato a questo scontro dissennato?
Non chiedetemi per favore che alternative abbiamo: chiedetevi se lascereste ancora i fiammiferi in mano a chi ha appiccato un incendio "in presuntuosa solitudine".
Vedete, cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza è quello che avevamo sempre detto che non era opportuno fare.
Farlo è molto grave.

Questa scelta, insieme con diverse ragioni di merito, la più significativa delle quali è che la nuova Costituzione appare, quantomeno, più fragile, più sensibile alle diverse possibili leggi elettorali, credo che non ci dia altra possibilità che un voto per il NO.
Ho argomentato qui, qui e qui.

Dal 5 Dicembre però il sole sorgerà ancora; pazientemente dovremo metterci in moto per costruire la sinistra nuova, quella del XXI Secolo.
Perché, vedete, "amici" e compagni siamo ancora una volta di fronte al dilemma "o il socialismo o la barbarie".
Sempre di più e con sempre maggiore urgenza.

Le nostre tradizioni, riformiste, rivoluzionarie e ribelli, possono darci una speranza: magari fare un po' di pulizia di illusioni e trasformismi ci può aiutare.







domenica 30 ottobre 2016

Oligarchia, meglio di no. Per un ragionevole, ragionato, convinto, pacato NO // Parte tre di tre

Non so bene come classificarmi.
Non guardo la televisione e non ce l'ho, da oltre vent'anni non seguo più calcio e ciclismo di cui ero appassionato, non amo guidare e per lunghi anni non ho posseduto una macchina, ho un profondo disinteresse per le mode: questo fa di me una persona elitaria?
Sono plebeo e inelegante, riesco a distinguere a malapena il vino in bianco, rosso e rosé, sono quello che si chiamava "una buona forchetta", ma ho un certo fastidio per il food porn, non odio il turismo di massa (come potete leggere in questo mio libretto): questo fa di me una persona non-elitaria?
Siccome poi ho più di 65 anni, sono laureato e voto NO ciò farebbe di me un vero caso statistico.

Sarò elitario, sarò plebeo. Amen.
Ma sono contro l'oligarchia.

Strani dibattiti appassionano i media (social e no) in tempi di referendum costituzionale.

Ma intanto partiamo da qualche fatto: la sinistra ha sempre voluto estendere il suffragio.
Voleva che esso fosse un diritto soggettivo di tutti e non l'esercizio di una capacità.
Eccola qua la differenza! 
Il voto in democrazia, ma anche l'elettorato passivo, è un diritto di tutti: giovani e vecchi, donne e uomini, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti.
Tanto è vero che per consentire a tutti di essere eletti, saggiamente si voleva (e venne istituita) l'indennità parlamentare (che la Costituzione sancisce nell'Art. 69: I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge; poche parole e chiare, neh?).

Ma basta il voto, basta il suffragio universale? No, non basta, ovviamente, anche se non si può farne a meno.
Non basta almeno per chi crede nella democrazia come reale espressione della sovranità del popolo.
Non solo non basta perché deve essere accompagnato da condizioni di possibilità reali di esercizio del voto (quelle che, oltre al suffragio universale,  Dahl riassume in: elezioni ufficiali, libere e frequenti, diritto a cercare un lavoro, libertà d'espressione, di stampa e di associazione), ma perché la democrazia rappresentativa funziona in senso inclusivo solo se la cessione temporanea di sovranità ai rappresentanti è accompagnata da una partecipazione costante dei cittadini alla formazione dell'agenda e alle scelte (e questo si fa in molti modi, anche con il conflitto e con le lotte, che sono forme importati di partecipazione, più dei referendum).

Ma se poi i cittadini votano per il Brexit o per la Le Pen o per Berlusconi, Salvini, Grillo o Renzi, ecco che si levano alti i lai sul fatto che vecchi, casalinghe, giovani ignoranti non hanno le capacità di votare bene. 
Del resto Hitler non è andato al potere con il voto popolare? 
[Il fatto che la risposta a questa domanda sia no, non viene presa in considerazione; Hitler venne nominato Cancelliere dopo le elezioni del Novembre 1932 in cui perse due milioni di voti: il suo partito ottenne il 33,1%; chiedere ai partiti che lo hanno appoggiato; come in Italia a quelli che hanno votato Mussolini capo del governo dall'alto del suo 20% dei voti]. 
Agnosco veteris vestigia flammae (eccomi di nuovo elitista; traduco: "riconosco i segni dell'antica fiamma"): eccoli qua i sostenitori del voto come esercizio di una capacità e non come diritto: eccoli gli oligarchi in potenza.

La democrazia ha bisogno di buoni cittadini, certo. 
Che vadano a votare.
Quando in Italia votavano oltre il  90% dei cittadini (come alle politiche del 1948: 92,23%) era meglio di oggi che si vota al 75% (come alle politiche del 2013: 75,19%); o meglio del 34,21 delle ultime elezioni regionali dell'Emilia Romagna.
Che possano esprimere le loro opinioni in arene pubbliche; che abbiano accesso a un'informazione seria; che possano influenzare le scelte (non serve il vincolo di mandato dei rappresentanti per questo); che possano organizzarsi e lottare per i loro diritti.
Una volta c'erano partiti, sindacati, associazioni, parrocchie a consentire che questo avvenisse.
Una volta si considerava importante che in molti si votasse.
[Pensate al paradosso di due aziende in competizione cui non interessasse affatto quante lattine di bibita vendono, ma solo di avere la percentuale più alta del mercato: ecco quello che gli attuali partiti fanno].
Una volta questo avveniva e non era tutto oro, ovviamente. 
Ma quella era - per molti versi - una democrazia sostanziale.
Il fatto che oggi non avvenga, non significa che non sia più possibile.

Solo semplificando si può pensare che quelle agenzie, quel tessuto di pratiche di dibattito pubblico, possa essere sostituito dalla "rete"; ma molte pratiche dal basso esistono nelle nostre città e nelle nostre campagne, molte opportunità sono offerte  dalle nuove tecnologie.
Gli è che non interessa coglierle, dare loro continuità, spessore, rigore, qualità; gli è che non si vuole dare sbocchi politici, anche provvisori, ai movimenti e alle pratiche sociali, offrire loro la possiblità di influenzare l'agenda politica e le scelte.
Ma non è impossibile.

La democrazia è un processo senza fine, un orizzonte. 
Ma è infinitamente meglio di ogni altro sistema per gli oppressi, che ne hanno bisogno.

Voi direte: che c'entra con il referendum costituzionale?
Apparentemente poco. Sostanzialmente molto.
Ho già detto che una cattiva legge elettorale può rendere l'assetto istituzionale disegnato da queste modifiche sostanzialmente assai meno democratico.
Oltre le tecnicalità questo mi preoccupa molto.

Dimenticavo: è importante che un Parlamento possa legiferare bene (bene vuol dire non necessariamente in fretta) e possa esprimere un governo che funziona. 
Più importante è che esso sia rappresentativo del popolo, belli e brutti, buoni e cattivi, giovani e vecchi, istruiti e no.  

Dimenticavo: ai sostenitori delle èlite mi piacerebbe ricordare che all'immane massacro della Prima Guerra Mondiale non siamo stati condotti dalle masse ignoranti, ma da una ristretta e colta élite, con un'azione extraparlamentare e una sorta di colpo di stato (che dentro questa minoranza ci fossero persone perbene, che poi in molta parte si sono ravvedute, non è, nel nostro caso, rilevante); le masse quelle che seguivano il Partito Socialista e il Partito Popolare erano e rimasero contro la guerra, ma davvero contro (tra l'altro alle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1919 questi due partiti ottennero 256 seggi su 508).








giovedì 13 ottobre 2016

Perché NO. Il paradosso di Cacciari // Parte due di tre

Io ho la presunzione di avere un buon rapporto personale con Massimo Cacciari, quasi un’amicizia.
Lo stimo molto e poiché è davvero un genio, penso che gli si debbano perdonare cose che ai comuni mortali non possono essere perdonate (sarebbe una bella riflessione quella del perché, in una certa misura, persone geniali nei diversi campi, come ad esempio Maradona, possono essere considerati legibus soluti, ma avremo modo).

L’argomento Cacciari è il più formidabile grimaldello per spingere a votare sì una quota di persone intelligenti e amanti del paradosso.
In cosa consiste questo argomento?
La proposta di modifica costituzionale è pessima, o comunque cattiva, (e qui potete anche fare qualche smorfia di disprezzo), ma, visto che in tanti anni si è tanto parlato e nulla fatto, cambiare è comunque meglio che non cambiare.
Alcuni sostenitori del Sì hanno un po’ modificato l’argomento, per dargli una parvenza di coerenza, dicendo che in fondo la modifica pessima non è (un piccolo ammiccare può far intendere al buon intenditore che tanto buona non è), ma in questo modo si perde l’effetto paradossale che rende attraente l’argomento.

A costo di beccarmi una delle sfuriate per cui Cacciari è famoso (non sarebbe la prima), cerco di argomentare perché questo paradosso è un grave errore (non solo politico).

Non voglio ricordare che modifiche alla Costituzione sono state fatte, di cui una molto più profonda anche se meno estesa di quella su cui si vota al referendum.
Ma sì voglio ricordarlo: l’intero Parlamento (secondo voto della Camera, 6 marzo 2012, 489 sì, 3 no e 19 astenuti) ha approvato una modifica costituzionale dettata dai poteri forti mondiali che modificava gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, che di fatto limita la sovranità nazionale. Avete letto bene; 3 no.
Ricordate appassionati dibattiti?
E non è stato il solo cambiamento, come sapete.

Voglio solo dire che c’è nel paradosso di Cacciari, passata la momentanea esaltazione per il colpo di genio, qualche cosa che non soddisfa neppure i pensatori raffinati; il fatto è che non risponde a una domanda: quanto cattivo deve essere un cambiamento perché la regola “cambiare è meglio che non cambiare” smetta di valere? Che so, la reintroduzione della pena di morte basterebbe per rendere invalido questo argomento?
È un fastidioso tarlo: non credo che l’affermazione “cambiare è meglio che non cambiare” reggerebbe in tutte le condizioni.
Ma se è così, torna prepotentemente in campo l’opzione: “cambiare è meglio se si cambia in meglio”.

Ho già detto che condivido l’opinione che i singoli cambiamenti in sé non siano gravemente negativi, ma che negativo sia l’insieme prodotto dai singoli cambiamenti, soprattutto perché introducono una maggiore fragilità del sistema.
La quasi totalità dei sostenitori del sì non ritiene negativa nel suo complesso la modifica anche se quasi nessuno la considera come una riforma davvero buona.

E qui sorge la domanda di contesto politico: anche ammesso che la modifica sia un po’ positiva, valeva la pena andare per questo a uno scontro così lacerante?
O non si potevano ottenere gran parte dei risultati (e forse più) con un consenso più ampio?
Ripeto la domanda: era davvero necessario esasperare uno scontro politico, dividere a metà l’elettorato? Quando tutti sappiamo che la carta fondamentale dovrebbe basarsi su una condivisione ampia?
Anche ammesso che non sia stato il Presidente Renzi a caricare di significati politici legati al governo in carica il referendum (e questo onestamente non si può dire: le prime dichiarazioni del Presidente Renzi caricavano di significati politici legati al governo in carica il referendum) non ci voleva un particolare acume politico per capire che sarebbe successo; e tutto si può dire di Renzi, ma non che non abbia acume politico.

Credo di aver spiegato perché, a mio avviso, la scelta di modificare la Costituzione con una maggioranza esigua e scontando uno scontro politico aspro e lacerante, sia di per sé una buona ragione per votare NO.
Pacatamente e riconoscendo alcune delle ragionevoli ragioni di chi vota sì, credo che si possa dire che no, non è così che si riforma la Costituzione.
La prossima puntata su oligarchia e democrazia.








lunedì 10 ottobre 2016

Non mi iscrivo alla guerra di religione; ma spiego perché voto NO // Parte uno di tre

Chi mi conosce sa che ci sono molte ragioni per cui non apprezzo il Presidente del Consiglio Matteo Renzi né approvo la sua politica; tuttavia non si può negargli di essere abile e di sapere frequentemente raggiungere risultati; a volte questi risultati sono buoni risultati, come ad esempio è stato nel caso della legge sulle unioni civili che, pur con qualche compromesso anche sgradevole, ha dopo decenni raggiunto infine una soluzione accettabile che ha fatto fare un grande passo in avanti al nostro Paese dal punto di vista dei diritti civili.
Gran parte dei “risultati” del governo Renzi mi vedono contrario, ma non per questo mi sento di non considerare positivamente la sua battaglia contro l’austerità in Europa.
Insomma è un governo che porta avanti una politica che combatto, ma non si può negare che a volte lo faccia con abilità.
Non è quindi per pregiudiziale ostilità verso il Presidente Renzi e la sua ministra Boschi che voterò un NO convinto al referendum del 4 Dicembre e che cercherò di convincere quante più persone posso a votare NO.

Comincio da un argomento che non c’entra, ma che è bene affrontare: se mi chiedete se mi fa piacere condividere la mia posizione con Gasparri o Salvini, vi posso rispondere tranquillamente che no, non mi fa piacere, anzi un poco mi imbarazza; e non mi è di conforto pensare che Alfano o Verdini non sono molto meglio (Giovanardi non so cosa voti).
Tuttavia anche Berlinguer votava no alla fiducia ai governi di centro e di centrosinistra così come votava no Almirante: è naturale che le “estreme”, come una volta si diceva, si oppongano, quasi sempre per ragioni diverse, al governo in carica, quasi sempre comunque con l’obiettivo di farlo cadere.
Penso che Berlinguer si sentisse più vicino a Tina Anselmi che a Romualdi, ma mentre l’Anselmi votava sì alla fiducia, Berlinguer e Romualdi votavano no.
Anche per me è così, mi sento più vicino ad alcuni sostenitori del sì che a molti sostenitori del no, ma voto NO.

Non sono un esperto di ordinamento costituzionale anche se ho una mia passioncella per la scienza politica (per esempio a me democrazia e oligarchia mi paiono antitetiche, ma ci tornerò): vedo molti costituzionalisti schierati per il sì e molti (più molti?) per il no e seguo con attenzione i loro argomenti.
Mi sono fatto l’opinione che, somma e sottrai, i cambiamenti votati non migliorino la situazione esistente (in qualcosa sì, come l’abolizione del CNEL, ma in poco altro) e che sostanzialmente in diversi punti la peggiorino; non so se questo mi attirerà gli anatemi di alcuni sostenitori  del no, ma mi pare che questo bilancio negativo non sia tecnicamente poi così pesante, il che paradossalmente è un’ottima ragione per votare no, come dirò.

Ma l’argomentazione principale che mi sento di muovere a sostegno del no, si rifà alla mia recente “fissa” sull’antifragilità.
Sistemi  antifragili (anche la Costituzione è per molti aspetti un sistema) sono destinati a durare, non vengono troppo indeboliti dalle contingenze, a volte sono capaci di guadagnare dal cambiamento.
Per questo le Costituzioni ben fatte sopravvivono per secoli, contengono abbastanza rigore per disegnare il quadro dei rapporti sociali ed istituzionali e abbastanza flessibilità per accogliere il cambiamento e dargli sostanza e legittimità; esiste insomma una Costituzione materiale che evolve e che una buona Costituzione formale è in grado di assecondare e fortificare.
Un buon indicatore di una buona Costituzione è che sia ben scritta e di facile comprensione.
Un elemento di fragilità è quanto una Costituzione sia sensibile al variare delle leggi elettorali: se una cattiva legge elettorale stravolge il sistema dei poteri previsto dalla Costituzione, questo è un segno del fatto che quella Costituzione è fragile e sbagliata.
Dire la nuova Costituzione potrebbe andare bene se non fosse accompagnata da una legge elettorale sciagurata come l’Italicum, significa dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quella nuova Costituzione: è troppo sensibile a cambiamenti di regole istituzionali e questo è pericoloso (le leggi elettorali si votano a maggioranza, come è noto).
Bene o male l’attuale Costituzione ha assorbito diverse leggi elettorali (tutte pessime a mio avviso) senza determinare eccessivi effetti negativi.

Questa è la principale ragione del mio NO.

In un prossimo post vorrei parlare di questioni di opportunità politica (ad esempio argomentando sul perché il fatto che le singole modifiche siano negative, ma non troppo, è un argomento forte a favore del no) e in un altro di democrazia e oligarchia. Alla fine proporrò anche alcuni riferimenti. Per ora basta così. 




mercoledì 24 febbraio 2016

Ad Alghero! Ad Alghero!

Verso la fine del precedente post, scrivevo:

Il quarto soggetto è la comunità del DADU. Questa è una nota dolente, la più dolente. Ne parlerò in un prossimo post, l’ultimo che destinerò a queste tematiche (e spiegherò perché mi costringerò, dopo quell'intervento a tacere). Per ora devo dire che anche noi abbiamo fatto e stiamo facendo meno del necessario.
Prima di spiegare perché non continuerò, dopo questo intervento, a intervenire pubblicamente sulle questioni pubbliche riguardanti AAA, lasciatemi, brevemente, dire quali sono le ragioni che mi hanno portato a scrivere:  anche noi abbiamo fatto e stiamo facendo meno del necessario.

Ma prima un passo indietro: sono ad AAA sin dalla sua fondazione e ho persino dato un piccolo contributo alla sua "ideazione".
Chi c'è stato a pensarla e a realizzarla?
Due intellettuali del calibro e dell'ampiezza culturale come sono Giovanni Maciocco e Silvano Tagliagambe.
Come tutti sanno sono amico personale di entrambi e sono loro grato per avermi voluto coinvolgere, con ruoli di responsabilità, nell'impresa che hanno costruito.
Vanni poi ha anche preso in mano dal punto di vista organizzativo l'allora Facoltà con la sua immensa capacità di lavoro e la sua apertura mentale.
Non è difficile accorgersi delle differenze che esistono tra il mio modo di agire e quello di Vanni, ma posso testimoniare per essere stato vice-Preside per molti anni, che la visione, la proiezione strategica e la capacità di inclusione espresse da Maciocco sono state straordinarie.
Dunque un tempo c'erano Maciocco e Tagliagambe, e scusate se è poco.

Non peccherò di immodestia se dico che in questo quadro ho dato un contributo assai rilevante al successo della nostra impresa: non solo affiancando il Preside per lunghi anni, ma anche dirigendo il corso di laurea di Urbanistica, che ha ottenuto risultati e prestigio indiscussi, e soprattutto occupandomi dei rapporti internazionali, uno dei punti di forza assoluti di AAA.
Moltissimi sono i colleghi che hanno speso molto di sé in questa intrapresa, pochissimi (ma statisticamente non potevano mancare) quelli che hanno remato contro o hanno perseguito i loro privati interessi (a volte senza riuscirci del tutto).

Per un insieme di circostanze, di cui ho ricordato molte volte l'importanza, tra cui il finanziamento regionale che è stato consistente per molti anni e la disponibilità delle amministrazioni algheresi, si è creato un piccolo miracolo: una Scuola di Architettura nuova, in una piccola città meridionale è diventato uno dei nodi culturali, didattici e scientifici di una rete internazionale assai estesa, conquistando risultati assai notevoli e costruendo un enorme capitale relazionale.
Queste circostanze, oltre alle grande intuizione dei due fondatori, Maciocco e Tagliagambe, alla capacità organizzativa di Maciocco, al lavoro di molti colleghi (sia docenti sia del personale tecnico-amministrativo, molti dei quali precari), e infine al mio contributo costante, fattivo ed efficace hanno portato a  questi risultati.

Quando poco più di quattro anni fa il collega Maciocco ha deciso di anticipare il suo pensionamento (Tagliagambe l'aveva fatto anni prima) mi è stato chiesto con insistenza, con molta insistenza, di accettare di fare il Direttore: tutti sanno che non volevo farlo; ho accettato, per un mandato solo di tre anni, la carica; per la quale ho avuto l'unanimità dei voti.
L'ho fatto sulla base di linee programmatiche molto precise, basate su una visione molto precisa.
Sono stati tre anni duri, in prima linea, in cui abbiamo dovuto raschiare il fondo del barile per l'assottigliarsi dei finanziamenti regionali e per la crisi di risorse dell'Ateneo, per ottenere degli spazi adeguati, ma abbiamo - faticosamente - resistito, confermando e migliorando i nostri risultati: non è solo merito mio, ma qualcosa credo di aver prodotto per ottenerli.
Ma c'erano scricchiolii sinistri: con l'idea che nascondere i problemi non aiuta a risolverli, li ho resi palesi, come è ovvio (e come solo degli imbecilli o degli opportunisti potrebbero pensare che non sia) nel solo intento di "mobilitare" noi stessi e i nostri interlocutori per affrontarli.

Scaduto il mio primo mandato ho comunicato con grande chiarezza la mia indisponibilità al rinnovo: ho tenuto duro sino alla mattina delle elezioni, ma avendo ricevuto nella notte una lettera che mi chiedeva in modo pressante di accettare, ho comunicato che non avrei rifiutato di accettare un'eventuale elezione, elezione che è avvenuta con un consenso amplissimo (solo due astensioni).
Votavano per me, dopo quello che avevo fatto, per quello che avevo fatto.
Votavano per linee programmatiche ancora più precise, basate su una visione ancora più precisa.
Avevo allora già un blog nel quale si era svolta la mia campagna per l'elezione del Rettore, la discussione sulla sede, la richiesta ripetuta di finanziamenti.

Ho sbagliato ad accettare, ero stanco e la situazione era diventata troppo difficile per le mie forze.
Ho tentato di riconquistare il finanziamento regionale e il riconoscimento di Alghero come sede decentrata in tutti i modi: un ruolo essenziale  l'hanno avuto una gran parte degli studenti, ma alla fine abbiamo ottenuto questi risultati.
Ma vedevo i problemi e percepivo che la comunità cui appartengo non riteneva di essermi vicina come io credo che sarebbe stato necessario e - soprattutto - che la discussione che avevo più volte sollecitato non interessava pressoché nessuno.
Dopo aver ottenuto il risultato sul punto nodale dei finanziamenti e della sede decentrata, poiché ritenevo di non poter affrontare e risolvere i problemi che man mano crescevano e che ho più volte rappresentato, mi sono dimesso (non ho fatto finta di dimettermi, mi sono dimesso davvero: ho procrastinato di un paio di mesi per continuare a contribuire alla mobilitazione e perché, con un gesto di attenzione di cui mi sono sentito onorato, il Magnifico Rettore ha respinto tre volte le mie dimissioni).
Questo non vuol dire che i nostri problemi siano scomparsi.

Come ho scritto più volte mi auguro che le cose cambino e ho dato atto con soddisfazione che sulla "questione sede decentrata" c'è una decisione della Regione che ripristina una situazione compromessa da molti anni. E io penso di avere avuto e di avere molti meriti in questi risultati.
Penso anche di aver continuato - con diverso stile - la politica di coraggiose aperture promossa dal mio predecessore; cito solo due avventure "folli" che ho facilitato: il lavoro eccellente  fatto per l'Expò dalla magnifica equipe del collega Ceccarelli (con cui mi è capitato di avere dei dissapori, ma che ha il grandissimo pregio di lavorare con passione, dedizione e testardaggine per AAA) e la ormai stra-citata avventura di Open for Art, conclusa pochi giorni fa.
Io mi sono limitato a facilitare. Non è molto, ma è molto di più di quel che succede normalmente in ambito accademico.
C'è un altro segnale positivo, il Magnifico Rettore incontrerà il Consiglio di Dipartimento, il prossimo 9 Marzo. Massimo Carpinelli sa che a volte non ho condiviso alcune sue scelte, altre volte ho ritenuto di essere in disaccordo con quello che pensavo (per quanto mi si riferiva) che avesse scelto, ma una persona della sua intelligenza credo che avrà modo di rendersi conto dei molti problemi e delle residue potenzialità di AAA; e di convincersi della straordinaria importanza di avere la presenza di una Scuola di Architettura ad Alghero.

Vi spiego infine perché mi fermerò qui; come ho chiuso con i miei interventi sulle questioni strettamente legate alla "politica algherese", chiuderò con quelli legati alla "vita accademica".
Le ragioni sono più o meno le stesse: io non ho mai insultato nessuno, ho sempre argomentato nel merito, basandomi su informazioni verificabili; quando ho polemizzato l'ho fatto in forma argomentativa, a volte forse contundente, in generale pacata.
Raramente chi era in dissenso con me ha opposto ragionamento a ragionamento, argomentazione ad argomentazione.
Ma in molte sedi (non di dibattito pubblico) si è ribadito, senza ragioni e in modo trasversale, che era meglio, più utile che io tacessi (di volta in volta per la sinistra, per l'amministrazione, per il Dipartimento, per l'Ateneo, ...).
Bene sapete come succede, dopo un po' uno "si rompe i coglioni" (absit iniuria verbis).

Quindi anche per AAA, come per le vicende algheresi, faccio un passo indietro.
Forse non parteciperò all'incontro con il Rettore per questa ragione, ma ci penserò.
Farò un grande, pieno passo indietro. Mi restano poco meno di cinque anni prima della pensione: mi dedicherò con passione alla didattica e alla ricerca; penso di poter dire "ho già dato".
Spero che i miei timori siano smentiti e che le speranze si realizzino.
A "futura memoria" sto preparando un documento su quelle che penso possano essere le prospettive dell'alta formazione nella nostra "rete metropolitana" (Alghero inclusa)  chi volesse riceverlo mi scriva.
Per il resto, ringrazio chi mi è stato vicino. A giorni li inviterò ad un aperitivo.




  

domenica 21 febbraio 2016

A Piandanna! A Piandanna!

Viviamo in un momento e in un luogo un po’ particolari.
Mi spiego: pare difficile dire che si è d’accordo con qualcuno o con qualcosa e non passare per uno sfegatato sostenitore o dire che si è in disaccordo con qualcuno o con qualcosa e passare per un detrattore ad oltranza.
O dire che in una situazione vi sono aspetti positivi senza voler dire che tutto va bene o che ci sono aspetti negativi senza voler dire che è tutta una merda.
Inoltre è difficile far credere che si dice quel che si pensa e che si pensa quel che si dice.
Tutto a ciò a volte mi deprime.

Ma veniamo al punto.
L’Assessora Firino, che è una persona che stimo e nella quale ho fiducia, è venuta all'inaugurazione dello straordinario evento Urban Thinker Campus The City we need: Open for Art a portare un saluto non formale e ha confermato in modo pubblico, esplicito, ribadito quel che era già stato anticipato in varie forme sui media.
Ha detto che il riconoscimento di Architettura ad Alghero come sede decentrata è una decisione già presa dalla Giunta e che sarà formalizzata nella prossima finanziaria, ha detto che questa scelta fa riferimento sia al dato geografico sia ai risultati raggiunti.
Esattamente quello che chiedo, chiediamo, da molti anni e per cui mi sono battuto, ci siamo battuti.
Sarebbe ridicolo se non fossi soddisfatto.
Tanto più perché Claudia Firino ha detto che questa decisione è stata anche il frutto di un dibattito serio, pubblico e anche aspro; questa affermazione è importante: sulle scelte che fanno riferimento a problemi veri, la discussione pubblica e il conflitto possono (ho scritto possono) portare a soluzioni migliori, molto migliori, delle operazioni di lobbying o degli scontri tra gruppi di potere.
E anche perché Claudia Firino ha detto che sulla questione delle sedi decentrate si dovrà andare a un confronto ampio per valutarne le prospettive strategiche e dunque il futuro.
Esattamente quel che vado, andiamo, sostenendo da molti anni.
Quindi sono soddisfatto. Anche se non sappiamo ancora quanti fondi saranno assegnati e con che modalità.
Ma il fatto che io sia soddisfatto non risolve i problemi.
Ce ne sono vari che fanno sì che la scelta della Regione, pur molto positiva, sia del tutto insufficiente a garantire un futuro della presenza universitaria ad Alghero.

Provo a spiegarmi.
Ho sempre detto che per assicurare una presenza universitaria di qualità ad Alghero era (è) necessario il contributo di quattro soggetti.
Comincio dai primi tre:

-        Il Comune di Alghero e la comunità algherese. Posso dire che – al di là di occasionali incomprensioni e divergenze – il Comune di Alghero, nelle diverse amministrazioni che si sono succedute, ha fatto la sua parte: tre edifici (e che edifici!) messi a disposizione per altri 15 anni in uso gratuito sono uno sforzo considerevole e un segnale forte e non equivoco. La comunità algherese ha mostrato in più occasioni il suo sostegno, anche se avremmo potuto fare di più e meglio per avere una maggiore e più fattiva collaborazione. Aggiungo dal lato dei “pro” il fatto che sembra si stia per chiudere la vicenda del centro di sostegno alle imprese / coworking / fab lab tra Comune, Università, Agenzia Regionale del lavoro, denominato Oasi  che è stata per moltissimo tempo bloccata da immotivate resistenze “sassaresi”. Dal lato dei “contro” segnalo che non è decollata (anche per una scelta che considero sbagliata di collocazione dell’Archivio storico) la biblioteca congiunta, un progetto ambizioso, ma che non ha avuto gambe (ora c’è una biblioteca da "separati in casa"). So che queste due ultime considerazioni non mi  saranno perdonate, ma mi limito a dire quello che penso, anche nella consapevolezza che governare è difficile e richiede anche fare passi indietro non desiderati: ma un passo indietro non è un passo in avanti.
-        La Regione Sardegna. Non voglio recriminare: credo che vi sia stata in un non recentissimo passato un eccesso di acribia sulla definizione di sede decentrata (forse, ma non lo so, con qualche intento punitivo) e poi c’è stata una lunga inerzia: posso dire, senza essere accusato di faziosità o di populismo che il colore politico della maggioranza non è stato il fattore determinante di questa “disattenzione”? Ora sappiamo che la Regione farà la sua parte: ripeto non so ancora il quanto e il come, ma questa decisione della Giunta è un sostanziale passo in avanti e crea le condizioni per una prospettiva possibile.
-        L’Ateneo di Sassari. Posso dire che non condivido il modo in cui la mia Università si sta comportando con la sede di Alghero? Credo di poterlo fare, anche  perché ho una grande opinione dell’intelligenza e del valore scientifico del Magnifico Rettore e anche perché lungi dall'essergli ostile l’ho votato  e ho sostenuto con impegno la sua candidatura.
Avevo votato e sostenuto anche Attilio Mastino, anche se con lui mi è capitato di avere scontri vivacissimi a volte epici. Credo che sia degno di nota che anche Attilio è uno studioso di grandissimo valore e che il fatto che i nostri Rettori, come non sempre succede, siano anche scienziati e ricercatori di grande qualità: è un buon segno per l’Ateneo.
Con Attilio, dicevo, abbiamo avuto spesso divergenze, soprattutto tattiche, e non ho difficoltà ad ammettere che qualche volta avevo torto io (so che lui non ammetterà mai che qualche volta aveva torto lui), ma abbiamo sempre trovato il tempo per discutere a per confrontarci.
Questo non mi è mai capitato di poter fare con Massimo Carpinelli, neppure quando ricoprivo un ruolo istituzionale,  forse per il mio modo troppo irrituale di porre le questioni.
Fatto sta che non ci siamo capiti.
Io credo che non ci sia futuro possibile per Architettura (e per quello che essa può ancora dare all'Ateneo) se essa non è solidamente basata ad Alghero, lui credo che creda che potremmo stare benissimo a Piandanna.
Io credo che, nel quadro di una strategia condivisa di Ateneo sulle questioni fondamentali, i Dipartimenti debbano avere ampi spazi di iniziativa e sperimentazione,  io credo che sulle grandi questioni (rapporti con l’Ateneo di Cagliari, disegno dell’offerta formativa complessiva, gestione dei problemi finanziari) si debba discutere con tutte le componenti della nostra comunità in modo aperto, ampio e condiviso, io credo che un Ateneo senza dottorato di ricerca sia destinato a un ridimensionamento fatale e che prima di rinunciare dovremmo venderci anche i gioielli di famiglia, e posso continuare.
Ma torno ad Alghero e ad Architettura ad Alghero. Ci sono alcune cose essenziali per poter lavorare in modo normale. La dotazione di personale è la prima. Ho sempre detto che la dotazione minima di AAA non può essere inferiore a quella degli altri Dipartimenti: stiamo parlando di 13 – 15 unità: attualmente solo 4 o 5 di queste unità sono coperte con fondi di Ateneo, le altre le paga AAA (ecco dove sono andati gran parte dei 300 mila, che quindi è come se non ci fossero), oltre allo scandalo di un precariato che per alcuni colleghi supera il decennio. Ho sempre detto che agli studenti di Alghero vanno assicurati gli stessi servizi che a tutti gli altri: alcuni ci sono (biblioteca, segreteria studenti), altri no (in primo luogo quelli informatici). Ho sempre detto che le sedi così come ci sono state consegnate erano incomplete e inefficienti (non ci sono gli oscuramenti, e questo è un grave problema quotidiano, gli arredi bagno non sono completi, il progetto per sistemare la terrazza non è stato avviato, mancano attrezzature indispensabili). Ho sempre detto che è ingiusto che il nostro personale debba viaggiare a sue spese tra Alghero e Sassari e che non ci sia un servizio regolare di posta interna.  E potrei continuare. Mi è capitato di quantificare la somma degli extra-costi cui siamo costretti da queste mancanze: torniamo inesorabilmente ai 650 /700 mila euro che avevamo un tempo.
Ho detto al Magnifico Rettore di allora, Attilio Mastino: scelga l’Ateneo se vuole avere, può permettersi di avere, ha un vantaggio ad avere una sede ad Alghero. Se sì, ne tragga le conseguenze. La stessa domanda ho rivolto al Magnifico Rettore di oggi, Massimo Carpinelli.
Posso dire che ho molti segnali secondo cui in tempi brevi il nostro Dipartimento potrebbe venir accorpato ad un altro e la sede trasferita a Sassari, località Piandanna: sarò lieto di essere smentito, a parole e soprattutto nei fatti.  Per ora mi limito a ricordare che nel luglio del 2015 per la prima volta da sempre non abbiamo fatto la cerimonia delle lauree; per ordine superiore da quel che so: un ordine che andava disubbidito, se c’è stato.

Prima di passare al quarto soggetto, lasciatemi dire che – per il fatto che esiste la cosiddetta “astuzia della storia” (credo) - la confusa vicenda della riforma degli enti locali in Sardegna si è conclusa in un modo potenzialmente fecondo per i nostri territori: avranno il nome di “rete metropolitana” con le prerogative della città metropolitana (almeno auspicabilmente); a parte l’enfasi forse eccessiva, non è una definizione insensata; ma a mio avviso esprime più una potenzialità, un auspicio, un obiettivo che un dato esistente, ma è quel che serve, quello su cui si deve lavorare; e sarebbe un'enorme occasione.
Io penso che dovremmo ragionare su un sistema “metropolitano” dell’alta formazione, aggiungendo ai poli di Alghero e Sassari un polo di Porto Torres (un centro internazionale di ricerca e formazione sulle bonifiche) e prevedendo una rete distribuita su tutto  di accoglienza per attività didattiche e di ricerca temporanee: magari ho torto, ma ci sarà chi ha voglia di parlarne?

Il quarto soggetto è la comunità del DADU. Questa è una nota dolente, la più dolente. Ne parlerò in un prossimo post, l’ultimo che destinerò a queste tematiche (e spiegherò perché mi costringerò, dopo quell'intervento a tacere). Per ora devo dire che anche noi abbiamo fatto e stiamo facendo meno del necessario. Mi limito a segnalare che ci sono numerosi scricchiolii sia nella didattica e nella ricerca,che rischiano di mettere ridimensionare anche in tempi rapidi  i grandi risultati che abbiamo raggiunto. Ne parlerò, ma temo che la consapevolezza non sia molto diffusa.

Come è noto da circa un anno non ho più ruoli di responsabilità in Dipartimento e in Ateneo. La qualità della mia vita è migliorata.
L’unico rovello che ho è quello di una possibile fine ingloriosa, come quella della rana bollita.
Io sono un rospo reattivo, tuttavia.






domenica 7 febbraio 2016

Cosa è (stata) Architettura ad Alghero. Open for ...

Parlerò di un evento, importante; trovate qua le informazioni e gli aggiornamenti.
O meglio parlerò del piccolo miracolo che porta ad Alghero una delle poche decine di incontri (28 complessivamente) che in tutto il mondo (nel 2016 sono 10) preparano la conferenza delle Nazioni Unite sugli Insediamenti Umani (Unhabitat) che si tiene ogni 20 anni: la prima si è tenuta a Vancouver nel 1976, la seconda a Istanbul nel 1996, la prossima sarà a Quito dal 17 al 20 Ottobre.
Si tratta dei cosiddetti Urban Thinker Campus che rispondono su temi diversi alla questione: The city we need (qual'è la città di cui abbiamo bisogno); il tema di Alghero è Open for art.

Open nel significato di aperta in molti sensi, come ad esempio sono aperti i negozi di barbiere o le biblioteche nelle ore di attività; una città è aperta per l’arte, perché l’arte è un grande strumento di riqualificazione e rigenerazione urbana, un’opportunità di sviluppo, una condizione necessaria per la bellezza e la qualità della vita della città.
Nel corso dell’evento, di fatto ci saranno  molti eventi e di molti ospiti da tutto il mondo: conferenze, sessioni tematiche, mostre, proiezioni, performance; non farò torto a nessuno citandone qualcuna, guardate il sito.
Come non farò torto a nessuno citando solo alcuni dei partner prestigiosi o solo alcuni dei colleghi che hanno contribuito con le loro risorse.
Ma sì voglio parlarvi di due giovani colleghi e amici: due dottorandi che hanno inventato e gestito l’organizzazione dell’evento.
Qualcuno avrebbe da ridire sul fatto che due persone così siano dottorandi ad Architettura ad Alghero, o meglio ha avuto da ridire, prova provata della validità ineluttabile delle leggi di Cipolla anche in ambito accademico.
Se, come è possibile e persino probabile, il nostro dottorato non ci sarà più, miracoli come questo non saranno possibili. Ma ci tornerò.

Cominciamo da Giovanni Campus, che ha letteralmente creato questa opportunità; Nanni è un filosofo, che nelle evoluzioni delle sue esperienze culturali ha bazzicato molto le arti e ha elaborato delle idee innovative su come si può inverare il diritto alla città; Nanni mi ha letteralmente costretto, quando ero Direttore del Dipartimento, a promuovere questa iniziativa e – senza il becco di in quattrino (c’è ancora qualcuno che crede che AAA ha avuto davvero un finanziamento regionale aggiuntivo? Ma ci tornerò) – abbiamo detto, come ha sempre fatto un grande stratega, on s’engage et puis on voit.
Proseguo con Nađa  Beretic, che ha sostenuto Nanni e ha dato concretezza e operatività alle idee, le ha elaborate e rese fattibili; spesso la sera nel sempre meno affollato ufficio dei dottorandi e assegnisti al Pou Salit c’era lei da sola a lavorare al progetto; Nađa è serba (nel nostro dottorato da vari anni circa il 20 per cento in media dei dottorandi è straniero), è laureata in Scienze forestali e in Urbanistica ed è tra gli animatori di una straordinaria iniziativa culturale nata a Belgrado una decina di anni fa che si chiama Public Art in Public Space.
Nanni e Nađa hanno di fatto gestito e organizzato direttamente questo insieme di eventi (certo molti colleghi li hanno sostenuti, anche mettendo a disposizione i loro fondi, come ho detto), come avviene solo nei luoghi in cui è tradizione che l’unica gerarchia che conta è quella provvisoria e mutevole dell’impegno e della pro-attività.

Dicevo che forse il dottorato non ci sarà più, già quest’anno è stato ridimensionato; certo c’è una crisi economica e finanziaria profonda delle Università in generale e del nostro Ateneo in particolare, ma senza dottorati non c’è una vera Università.
Il nostro dottorato ha sofferto della grave carenza di risorse degli ultimi anni, ma posso dire che – mediamente – i nostri dottorandi (non solo architetti, che come è giusto sono la maggioranza, ma anche urbanisti, ingegneri, filosofi, sociologi, giuristi, ecologi. archeologi, …) sono bravi e – soprattutto – quasi tutti loro si sono molto identificati con la comunità di AAA, persino troppo.

Dicevo che i famosi soldi strappati con le unghie e con i denti dalla mobilitazione che ha visto in prima linea moltissimi nostri studenti (e dottorandi) non sono davvero mai arrivati ad Alghero se non in una percentuale modestissima. Premetto che nessuno più di me sarà contento se davvero (con un colpevole ritardo e senza "risarcimenti") verrà - come si conferma da più parti - inserita tra le sedi decentrate; so di essere inguaribilmente estremista, a me sarebbe piaciuto che ciò avvenisse con una riflessione approfondita sul ruolo e le prospettive delle sedi decentrate e su una valutazione di questa esperienza (tra l'altro questa sembrava essere una condizione necessaria per il Presidente Pigliaru), ma se avverrà andrà bene, avvenga come avvenga.
Quindi va bene se ci sarà un finanziamento stabile. Tuttavia ripeto che i 300 mila dell'anno scorso di fatto non sono arrivati ad AAA se non in minima parte. Mi spiego con un esempio: il nostro Dipartimento ha quattro unità di personale di ruolo in funzioni tecnico-amministrative per ogni tipo di attività: tutte le altre persone assolutamente necessarie in media altre 8 / 9 vengono pagate a parte con contratti di vario tipo: gli altri Dipartimenti hanno una dotazione di personale molto più alta, superiore in media alle 15 unità di ruolo; è evidente che se queste persone necessarie allo svolgimento della didattica e dei servizi debbono essere pagate con i fondi aggiuntivi della RAS, di quei fondi non resta pressoché nulla; se poi si chiede che alcune manutenzioni e alcuni servizi che a tutti gli altri Dipartimenti sono assicurati dall'Ateneo siano pagati dal Dipartimento ecco che di quei soldi non resta davvero nulla.
Non a caso noi avevamo quantificato i costi veri annuali, stanti così le cose, in circa 700 mila euro.
Lo so che non va di moda, ma secondo me i problemi non si risolvono con le buone intenzioni, ma affrontandoli per quel che sono: "i fatti hanno la testa dura", se mi si consente il richiamo a un politico russo del millennio scorso.
Ho detto mille volte e lo ripeto: non c'è futuro per Architettura se non ad Alghero; ma avere una sede decentrata che fa una didattica e produce un'attività culturale di qualità richiede che tutti facciano la loro parte: 
- il Comune: che ci ospita e che - a mio avviso - sta facendo moltissimo, se contiamo in termini monetari il  valore  delle tre sedi, il contributo della comunità algherese è consistente (tra l'altro questo contributo andrebbe detratto dal calcolo del costo di AAA per l'Ateneo, cose che nei conti interni non viene fatto);
 - la Regione: che deve operare per l'equilibrio territoriale e la qualità dell'alta formazione; la Regione ha fatto moltissimo per parecchi anni, molto meno negli ultimi anni, ma - ci dicono - riprenderà a fare (quanto e come lo vedremo, ma sono dettagli molto importanti);
- l'Ateneo: che deve decidere se vuole avere una sede decentrata ad Alghero e difendere un'esperienza di successo; a mio avviso l'Ateneo ha sempre fatto abbastanza poco, ma almeno nel passato ha lasciato che i fondi della Regione arrivassero e ha affiancato AAA nelle sue iniziative spesso con passione; da un po' di tempo si moltiplicano i segnali negativi: non parlo delle parole, che pure contano (del tipo "perché non vi trasferite a Piandanna), parlo di fatti concreti, come ad esempio la messa in carico al Dipartimento dei costi per il personale tecnico-amministrativo non di ruolo che in passato era, per una quota importante, presa in carico dall'Ateneo; ma per venire a un fatto di grande valore simbolico:  qualcuno si è accorto che la Festa delle lauree di luglio non è stata fatta quest'anno per la prima volta da sempre? Ma potrei citare molte altre cose, meno simbolicamente rilevanti, ma non meno importanti (chiedetemelo pure).

Di solito sono contento di avere ragione, ma questa volta spero di sbagliarmi; lo dico però in modo chiaro e contundente: ho ragione di ritenere che ci sia un rischio concreto di una prossima scomparsa di AAA o di un'imminente riduzione consistente della presenza dell'Università di Sassari ad Alghero; non sarebbe male che a questo rischio si pensasse prima che sia troppo tardi, prima che gli "aerei scappino dalla stalla", come si usa dire.
Tra l'altro pensarci sarebbe di interesse della nascente "rete metropolitana" che dovrebbe avere un suo punto di forza e una ragione d'essere nel disegnare un sistema di alta formazione, distribuito nel territorio, che faccia perno su tre poli, ma non solo (ai due poli di Alghero e Sassari si dovrebbe aggiungere un polo a Porto Torres sulle tecnologie delle bonifiche e della green economy).
Se qualcuno volesse se ne potrebbe parlare.

Ma non dimenticate di passare al Santa Chiara (e non solo) dal 18 al 20 Febbraio. Finché c'è vita approfittatene.