sabato 3 marzo 2018

Ne è valsa la pena.

Tra pochi mesi, con due anni di anticipo, andrò in pensione.
In tutto saranno stati cinquant'anni passati in Università da studente, borsista, ricercatore, professore.
Cinquanta.
Per ragioni soprattutto personali ho deciso di anticipare.
Lo posso fare a cuor leggero perché da quest'anno - dopo anni in cui era parzialmente bloccato - il turn-over  è tornato a essere (mediamente) del 100%.

Ne è valsa la pena. Essere pagato per studiare è un privilegio raro.
Insegnare è un mestiere meraviglioso.
L'Università italiana è in difficoltà: da molti anni tutti i governi l'hanno bastonata con una combinazione di malafede, stupidità e ignoranza ("matta bestialitade") rubando un futuro ai giovani.
Ma è stata e rimane un posto in cui vi sono grandi presidi di cultura e di democrazia, mediamente una buona università.
Poi come dovunque ci sono cose che non funzionano (sempre più numerose), burocrazia forsennata (sempre più estesa), clientelismi e familismi (non rari, ma non così frequenti), fannulloni e incompetenti (abbastanza rari, ma ci sono).
C'erano e ci sono molte cose da cambiare; in particolare non ci siamo attrezzati bene al fatto che l'Università è diventata un'università di massa (meno di quanto dovrebbe) e che questo fatto è positivo, ma richiede interventi e risorse e un modo diverso di organizzare gli studi.
Perché la scuola di massa non vuol dire di bassa qualità e non implica la segregazione degli "eccellenti" dalle "merde" (è l'unica concessione alla volgarità che mi permetto).

Ieri, venerdì 2 Marzo, c'è stato il mio penultimo atto al nostro Dottorato.
Tre dei cinque neo-dottori mi avevano come mentore.
Fatemi dire che, aldilà del fatto che ho addottorato qualche decina di giovani, ogni volta per me è un'orgogliosa emozione.
Ma voglio dire di più.
Quest'anno tre dottorandi erano di formazione un filosofo, una giurista, una paesaggista (quest'ultima cittadina serba).
Non era male questa vocazione della nostra scuola di dottorato di essere "aperta": uno dei tanti pregi dell'esperienza di AAA.

Premetto che in tutti i casi avevo dei colleghi più "disciplinari" di me a fare da co-mentori: non sono un tuttologo.
Ma Nanni, Roberta e Nađa (o per essere più corretti Giovanni Campus, Roberta Guido e Nađa Beretić) pur non essendo stati miei studenti (per ovvie ragioni) mi hanno fatto l'onore di scegliermi in quanto i loro temi di ricerca intersecavano dei miei interessi culturali e, forse, sapevano che avrei studiato e imparato con loro (poi i mentori "disciplinari" ci avrebbero "messo in riga").
Hanno fatto un ottimo lavoro.
E penso che i risultati della loro ricerca siano utili (se vi interessano le ricerche, di cui non svelo i titoli, sono legati al rapporto tra arte pubblica e città, al diritto alla città, alle prospettive del parco geominerario della Sardegna; li ho detti volutamente male: se vi interessa contattateli).

Avrò ancora un paio di dottorandi che finiscono il corso a fine 2018 e uno (palestinese con Borsa del MAE) nel 2019.

Non vi racconto qui quali difficoltà hanno studenti non comunitari a mettersi in regola con la burocrazia italiana, nonostante l'illuminato buonsenso di molti poliziotti; del resto un Paese che non riesce a trovare soluzioni efficaci per far votare studenti fuori sede che volete che possa fare con studenti e dottorandi (ma anche con ricercatori) non comunitari.

Perché ho scritto questo post?
Non so; forse perché un po' mi dispiace che alla prossima discussione delle dissertazioni sarò già in pensione e un po' per farvi capire perché non posso proprio pensare di dare il mio voto a chi in questi anni ha attivamente collaborato a cercare di distruggere l'Università pubblica, specie quella del Sud.
E per dire che non ci sono riusciti e non ci riusciranno.
Non solo ne è valsa la pena.
Ne vale la pena, ne varrà la pena.
Anche per Nanni, Roberta e Nađa e per il loro futuro.

P.S.
In questi giorni, a poche ore dalle elezioni, sono state assegnate alle università e agli enti di ricerca le risorse per il reclutamento; briciole: all'Ateneo di Sassari 11 posti in tutto. Siamo proprio sicuri che non sia questo il tempo di mobilitarci?







 

venerdì 23 febbraio 2018

Votare. Ancora qualche dubbio.

Sono molti anni che non voto più con entusiasmo e parecchi che non voto più con convinzione.
Io sono un tenace proporzionalista, penso che la rappresentanza non possa essere sacrificata alla governabilità, anche se si possono studiare dei meccanismi che favoriscono la governabilità senza penalizzare (troppo) la rappresentanza.
Penso anche che nessuno meccanismo elettorale possa "sciogliere" i problemi politici: come mostra ad esempio la situazione tedesca.
Che il partito di Veltroni o di Renzi abbia cercato di fare il vuoto alla sua sinistra (anche per le elezioni europee in cui - in modo assurdo - Veltroni ha imposto una soglia di sbarramento) è una delle ragioni per cui non lo voterò mai. Anche se so che ancora c'è moltissima gente per bene, con cui condivido molto, che lo vota. Spero di ritrovarmi con loro.
A proposito non sono da molto tempo troppo interessato alle etichette "destra-sinistra": mettiamola così "chi sta con gli oppressi - chi sta con gli oppressori", ma ci sono molte sfumature e molte dimensioni.

Ma veniamo a noi. Per chi votare?
Mi è capitato che il mio voto non contribuisse ad eleggere deputati (sin dal mio primissimo voto per Il Manifesto nel 1972): succede.
Ma in ogni caso avevo sperato che servisse.
Decidere di dare un voto che sicuramente non serve ad eleggere nessuno non mi convince; anche se mi accontento di un'esigua speranza.

Io di mio, di primo acchito per così dire, voterei Potere al popolo
Se riuscissero a mandare in Parlamento un manipolo di una ventina di deputati /senatori non cambierebbe il mondo, ma sarebbe un bel segnale e questi parlamentari - per quel poco che si può - sarebbero utili a tutti. Del resto loro non pensano che votando si cambia il mondo.
Siccome poi non è che andranno al governo del loro programma, a volte ingenuo e semplicistico, non mi curo moltissimo; sarebbero un manipolo di tosti oppositori e tanto mi basta.
Ma il se è un grande se. In questo momento la speranza è esigua.

Ma prima di continuare dico per chi sicuramente non voto e perché.
Per nessuno dei partiti della destra, per ragioni sin troppo ovvie: il fatto che oltre un terzo degli italiani non lo trovino ovvio mi costringe a interrogarmi, ma non mette in dubbio le ragioni del mio no.

Sicuramente non voterò per chi ha governato nell'ultima legislatura (seppur non ci fosse la ragione esposta all'inizio); anche solo guardando quel che hanno fatto contro l'Università e la Scuola per restare nel mio specifico (e per tacere di tanto altro) non potrei neppure prendere in considerazione l'ipotesi di votarli.
Né il partito principale di quella coalizione, in cui pure sono candidate alcune persone per bene e più che per bene che spero l'esito di questo voto liberi dalla gabbia in cui si sono rinchiusi, né la lista europeista che lo supporta che ha dei pregi, ma che - in quasi tutto il mondo - sarebbe una lista della destra (diciamo della destra libertaria).

E qui mi viene un problema: potrei votare per Liberi e Uguali, un lista di centrosinistra che manderà in Parlamento una quarantina di persone, di cui una ventina ragionevolmente radicali e per bene. Ma posso io dimenticare che molti di loro hanno votato sino a poco tempo fa con il governo i peggiori provvedimenti, molti di loro hanno votato per il fiscal compact in Costituzione, alcuni di loro (guidati da uno dei loro veri capi) hanno portato l'Italia in guerra in violazione dall'art. 11 della Costituzione? Forse posso farlo, ma mi costa. Mi costerebbe.

Non credo che voterò per 5 Stelle, anche se al Senato l'altra volta li ho votati (era l'unico voto utile per diminuire la rappresentanza della coalizione berlusconiana): mi va bene che abbiano un buon risultato, ma preferisco eleggere qualcuno che ha posizioni politiche che condivido nel loro insieme; cosa che non è con le posizioni di questo movimento. Anche se, a dire il vero, qui in Sardegna in particolare, il voto per Cinque Stelle sarebbe un vero voto utile a sfavore della destra (la legge elettorale non l'ho fatta io!). Tuttavia l'idea del loro candidato a Presidente del Consiglio di istituire un Ministero della Meritocrazia, se confermata, mi impedisce persino di pensare di voltarli

In Sardegna c'è un'opzione ulteriore, per molti aspetti affascinante: quella della lista indipendentista  (diciamo così) Progetto Autoderminatzione.
In questi miei ormai lunghi anni di residenza in Sardegna, anche se non sono diventato sardo, mi sono convinto che questa terra ha bisogno di autogoverno; non sono sicurissimo che lo meriti, ma sì che ne ha bisogno.
Se guardiamo solo allo stato di accessibilità e mobilità nella nostra terra questa affermazione è dimostrata. E non finisce qua.
Gli è però che io non sono nazionalista: e non solo perché con i nazionalismi si sa dove si comincia e non si sa dove si va a finire. E non solo perché sono internazionalista. E anche perché come "non mi sento italiano" (con Gaber) non vedo perché dovrei sentirmi sardo (e poi sono troppo vecchio per imparare Sa Limba).
Anche nel caso della Catalogna, ad esempio, io sarei per una Repubblica federale dei popoli della Spagna (o delle nazioni della Spagna) di cui la Catalogna sia uno dei componenti (1).
Vero è che l'Europa, che a me - come sogno - piacerebbe potesse diventare una Repubblica federale, potrebbe favorire processi di scomposizione e ricomposizione, ma non riesco a vedermi come nazionalista in nessun caso.
Ma un bel successo di Autodeterminatzione sarebbe utile, anche in vista delle prossime regionali. In quelle elezioni probabilmente questa lista, se avesse un buon risultato alle politiche, potrebbe essere l'opzione migliore e persino l'opzione vincente (anche se, nel caso si profilasse questa eventualità, cercheranno di cambiare la legge elettorale).
Il loro leader dice di non preoccuparci per il voto utile; figurarsi se non lo capisco, ma un pochino sì mi preoccupo, mi spiace.
Se non capisco male, a meno di non vincere in un collegio uninominale, possibilità di eletti alla Camera non ce ne sono. Al Senato, oltre  a questa opzione vi è quella del 20% a livello regionale; un obiettivo molto ambizioso, troppo ambizioso, temo. Ma forse un'esigua speranza c'è.

Alla fin fine mi verrebbe di votare Spes contra spem e di fare una scommessa folle: Potere al popolo o Autodeterminatzione, magari un voto all'uno e un voto all'altro. Sperando in un improbabile 3% e in un improbabile 20%. O almeno in qualcosa che si avvicini a queste percentuali.
Ma ci voglio pensare e forse mi rassegnerò a due voti per Liberi e Uguali.
Ma ci voglio pensare davvero.

Amiche e amici delle varie opzioni che ho considerato possono aiutarmi a decidere?
Con un dibattito pacato, se possibile. Grazie.


(1) Catalans! Les forces monàrquiques i feixistes que d'un temps ençà pretenien trair la República, han aconseguit el seu objectiu i han assaltat el Poder. En aquesta hora solemne, en nom del Poble i del Parlament, el Govern que presideixo assumeix totes les facultats del Poder a Catalunya, proclamo l'Estat Català de la República Federal Espanyola, i en restablir i fortificar la relació amb els dirigents de la protesta general contra el feixisme, els invita a establir a Catalunya el Govern Provisional de la República, que trobarà en el nostre poble català el més generós impuls de fraternitat en el comú anhel d'edificar una República Federal lliure i magnífica. Catalans! L'hora és greu i gloriosa. L'esperit del president Macià, restaurador de la Generalitat, ens acompanya. Cadascú al seu lloc i Catalunya i la República al cor de tots. Visca Catalunya! Visca la República! Visca la llibertat!
Lluís Companys i Jover











lunedì 5 febbraio 2018

Antifascisti. Perché serve esserlo. Anche riguardo alla lapide della vergogna.

Credo che avessero ragione quanti di noi hanno sempre pensato che non  valesse la pena di mollare la presa sulla questione del contrasto al fascismo, quello "eterno" o "perenne" (per dirla con Umberto Eco) e quello contingente.
Credo che abbiamo ragione.
Sono numerosi i fatti, piccoli e grandi, che da molto tempo e con sempre crescente gravità mostrano che diversi tipi di azioni fasciste, più o meno squadriste, si presentano sulla scena.
In qualche modo queste azioni sono state legittimate dall'acquiescenza di molti media e di alcune forze politiche e dalla distrazione di altri.

Una premessa voglio farla: io credo molto nella libertà di espressione sicché non mi hanno mai convinto del tutto le soluzioni censorie,  sia che riguardassero i cosiddetti "revisionisti" sia i cosiddetti "odiatori" in rete (gli haters).
Mi spingo sino a dire che a tutti coloro che esprimono un'idea si deve lasciarlo fare, salvo che non commettano un reato altrimenti normato (calunnia o diffamazione ad esempio).

Un'altra premessa è che credo di poter affermare convintamente che esistono e sono esistiti fascisti "per bene". Alcuni li ho conosciuti di persona.
Non so ad esempio se Piero Borsellino (che non ho conosciuto) ha continuato a essere fascista per tutta la vita, ma sicuramente lo è stato per molta parte di essa: ed era sicuramente una persona per bene.
Sono disposto ad accettare le aberrazioni e le perversioni di ogni persona, se e in quanto non violino operativamente i diritti degli altri.

Diritto di parola per tutti i fascisti, rispetto per alcuni fascisti, per riassumere.

Ma nessuno spazio politico per le organizzazioni fasciste, che vanno contrastate con tutti i mezzi necessari.
Vuol dire, ad esempio,  che i media non dovrebbero dar loro nessuna visibilità (altro che pubblicare i comunicati Forza Nuova e Casa Pound), che le amministrazioni pubbliche dovrebbero far di tutto per non concedere loro spazi e luoghi pubblici, che le forze politiche dovrebbero rifiutare ogni interlocuzione, che i cittadini dovrebbero mobilitarsi contro le loro manifestazioni.

In generale io non credo molto all'esistenza di situazioni che possano conciliare le parti diverse (cosiddette scelte condivise o bipartisan).
O con gli sfruttati o con gli sfruttatori.
Ed è vero che il fascismo e il nazismo sono stati sostenuti e finanziati dagli sfruttatori senza la cui complicità e il cui appoggio non avrebbero potuto vincere.
Ma a un certo punto fascismo e nazismo sono andati ben oltre, da strumento sono diventati agente attivo, anche oltre, ben oltre gli interessi che li avevano sostenuti.

Da quel momento l'antifascismo non si può più identificare con l'anticapitalismo.
Anche se non credo che si debba sacrificare l'anticapitalismo all'antifascismo.

Voglio dire che le due parti in conflitto sui temi della giustizia e dell'eguaglianza (una volta si sarebbe detto la sinistra e la destra) debbono e possono opporsi insieme al fascismo, senza dimenticare chi sono.

Questa è la ragione che mi spinge su questa questione a stare insieme a tutti quelli che ci stanno; e a chiedere a tutti quelli che rifiutano il fascismo di stare insieme per combatterlo.

C'è una cosa che dovremmo fare subito qui ad Alghero. Tutti dovremmo volerla fare.
Molti ricorderemo la vicenda della "lapide della vergogna".
Come si vede nella foto in questa lapide sono elencati i caduti con indicata una "collocazione":



Tra esse sono significative due: Partig. e R.S.I.
Ma proseguiamo; nella foto seguente si legge la dedica:


Credo che sia evidente che c'è qualcosa di sbagliato.
La prima volta che posi la questione, oltre ad alcuni episodi di squadrismo verbale, mi si è obiettato che a tutti i morti si deve la pietà.

Ma non è questa la questione.
La lapide dice che quelle persone, tutte quelle persone, "donarono la vita perché l'Italia fosse libera e giusta".
E questo è oltraggiosamente falso.
Giustizia e libertà erano tra le motivazioni dei "partig.", non tra quelle dei militari di leva, per cui forse si può parlare di obbedienza o di senso del dovere, né tanto meno degli R.S.I., alcuni dei quali forse si sono battuti per l'onore e il rispetto della parola data.

Insomma se di pietas si deve parlare si possono elencare in una lapide tutte le vittime, militari e civili, senza quelle ridicole e contorte "affiliazioni" e limitarsi a scrivere "Alghero ai suoi caduti".
Ma dire che un repubblichino, sia che fosse un convinto sostenitore del nazismo, sia che fosse volontario per ragioni diverse, sia che fosse inconsapevole o arruolato a forza, è caduto "perché l'Italia fosse libera e giusta" è inaccettabile.
La pietà per tutti i morti non vuol mai dire che le loro ragioni fossero le stesse ed egualmente giuste.

Non aver modificato questa lapide da quando il problema è stato posto parecchi anni fa è una responsabilità grave delle tre amministrazioni che si sono succedute da allora.
Anche se è tardi, forse non è troppo tardi.
O forse sì.




lunedì 20 novembre 2017

Non pensate all'elefante. (Anche perché l'elefante non c'è)

In questi giorni sui media vi è una confusa discussione sul che fare (a sinistra) per le prossime elezioni.
Si parla di elezioni, quindi le questioni "tecniche" pur non essendo le uniche rilevanti, sono comunque rilevanti.
Intanto è importante rilevare che una lista che si presenti da sola ha bisogno del 3% dei voti per conquistare seggi nella quota proporzionale (che rappresenta circa i 3/5 del totale dei seggi).
Nella restante quota, quella maggioritaria, in ognuno dei collegi uninominali vince la lista o la coalizione che prende anche solo un voto di più delle altre: in una corsa a tre, con qualche "incomodo", questo può volere dire che in una circoscrizione si passa anche con il 30% dei voti o poco più.
Le altre tecnicalità (ritagliate sulle convenienze di entrambe le due coalizioni possibili in modo persino più astuto e prevaricante della legge elettorale vigente, il che fa sì che l'attuale legge si possa ribattezzare Porcellum Plus) le trovate qui

Secondo ogni ragionevole previsione le due coalizioni e una lista dovrebbero prendere circa il 90% dei voti totali, più o meno ciascuna con una percentuale di voto analoga.
Questi due fatti fanno sì che eventuali vantaggi di qualche punto percentuale dell'uno sugli altri si traducano in spostamenti modesti, anche se non indifferenti, di seggi (diciamo un ventina al massimo).
Quindi i tre contendenti avranno alla Camera circa 200 seggi a testa, una trentina circa potendo andare ad altre liste.
Con questa legge il Senato avrà una composizione analoga.
Se ne deduce che nessuno dei tre contendenti avrà la possibilità - neppure remotissima - di ottenere una maggioranza e che ci sarà una forte instabilità, la cui unica possibile risoluzione sarà che una coalizione riesca ad allearsi con un pezzo dell'altra coalizione (ipotesi numericamente improbabile, ma non impossibile con un'opportuna campagna acquisti).
Poiché una coalizione (diciamo la A) avrà la gran parte dei seggi attribuiti a un unico partito, mentre l'altra (la B) li spartirà tra più di due (diciamo in proporzioni 4, 4, 2) diciamo che questa eventualità che partirebbe da una base minima di più di 250 seggi, dovrebbe essere "dominata" dalla coalizione A, che seppure non esprimesse il Presidente del Consiglio, sicuramente potrebbe "indicarlo".

Del resto l'instabilità può essere ritardata o attenuata da sistemi elettorali e meccanismi istituzionali, ma non può essere rimossa quando corrisponde a una vera instabilità nell'espressione della volontà popolare, come dimostra la difficoltà di questi giorni della Germania, che pure ha un sistema elettorale molto efficiente e che ha funzionato per decenni.

Ciò premesso, di cosa dobbiamo preoccuparci? O meglio di cosa mi preoccupo io?
Io mi preoccupo dell'astensionismo. Alle precedenti politiche ha votato il 75% degli italiani. Scendere sotto il 70%, come potrebbe succedere, sarebbe un dato molto negativo.
Un'eventuale forza politica del cambiamento dovrebbe occuparsi in primo luogo di questo.
Non è un compito impossibile. 

Io mi preoccupo che in Parlamento possa essere assente una forza politica del cambiamento; tuttavia questa sciagurata legge elettorale rende relativamente semplice che una simile rappresentanza ci sia (basta una lista che prenda il 3%).
Ho usato l'espressione "forza politica del cambiamento" perché pur riconoscendomi nella storia e nei valori della sinistra, non mi pare rilevante usare, qui e dora, questa etichetta.
Mentre sì: diritti del lavoro, diritti civili, politiche pubbliche contro la povertà, investimenti in scuola, università e ricerca, mi paiono tutti punti di una politica del cambiamento che è spesso agli antipodi delle politiche delle due coalizioni e che non è coerentemente espressa dall'altra lista.
Mi piacerebbe che ci fosse una forza politica innovativa, radicale, democratica e senza il fardello di un recente passato spesso inaccettabile (per capirci con dirigenti responsabili di aver portato l'Italia in guerra e sostenuto il voto - unanime - sulla Riforma della Costituzione sul pareggio di bilancio)? Sì. Mi piacerebbe.
Ma mi accontento di quel che c'è.
Se una lista del cambiamento (anche un cambiamento parziale) avesse il tra il 5 e il 10% dei voti non sarebbe tutto, ma sarebbe un po'.

Come sono messe le forze politiche del cambiamento (diciamo le "sinistre" lato sensu) in Europa e nel mondo?
Diciamo così così.
Ma in generale ci sono in molte parti semi di un cambiamento possibile.
I vecchi sistemi bipolari si disgregano e questo è un bene.
Forze di cambiamento, seppur eterogenee, crescono o mantengono le  posizioni. Tutto sommato la destra estrema può essere contenuta (un caso a parte sono i paesi dell'Est Europa) se e quando si fa barriera (anche culturale) contro di essa.

Una cinquantina di parlamentari in Italia, specie se appaiono ragionevolmente radicali e se non sono puro ceto politico, possono essere utili. Anche per scompaginare i giochi.
Poi vedremo cosa fare davvero.
Per ora mi accontenterei.

Come vedete: l'elefante non c'è.






sabato 11 novembre 2017

Vintage --- Sacchi a pelo all'ombra delle colonne

Pubblicato nel 1987 sul giornale di Venezia Il Gazzettino.
L'Assessore (al turismo) citato era l'Avvocato Augusto Salvadori in una Giunta di centro sinistra il cui Sindaco era il socialista Nereo Laroni (Salvadori sarà poi Assessore alla Tutela del Decoro della città nella Giunta Cacciari 3 - 2005-2010). 
Il Ministro "più intelligente della Repubblica" (e forse era vero) è Gianni De Michelis, all'epoca Ministro del lavoro.
VAGUE è un gioco di simulazione; l'acronimo  sta per Venice: an Ancient Game of Urban Evolution; sviluppato poi in Nouvelle VAGUE e in newWave).
L'articolo fa riferimento a una polemica relativa ai giovani in sacco a pelo che dormivano all'aperto sulle gradinate (soprattutto alla Stazione Santa Lucia). 
Con lo slogan "uno, nessuno e centomila (abitanti) mi sono candidato (e sono stato eletto) alle elezioni comunali del 1990 nella lista del PCI-Il Ponte guidata da Massimo Cacciari.



Sacchi a pelo all’ombra delle colonne

Da alcuni anni stiamo lavorando, alla Facolta di Architettura, ad un gioco sul futuro di Venezia (si chiama VAGUE, acronimo allusivo, e "gira" su M24 Olivetti).

Tra gli eventi che avevamo inserito come possibili esiti dello "mosse" di gioco, uno si è rivelato profetico interprete di un grottesco avvenimento del luglio veneziano.

Si intitolava "sacchi a pelo all'ombra delle colonne" e prevedeva la realizzazione, a costi modestissimi per l'opulenta serenissima repubblica dei bottegai, di strutture ricettive per il turismo giovanile (tettoie, bagni, spazi nelle isole minori, battelli). Era un evento con basse probabilità iniziali di realizzazione che quasi sempre le varie fasi di gioco portavano a non avverarsi; con qualche stupore dei nostri giocatori-studenti che non capivano le ragioni per cui una tale modesta, conciliante e meritoria opera non fosse in alcun modo desiderabile in una ricca e suppostamente ospitale città abitata dai discendenti di viaggiatori infaticabili.

La realtà, come è noto, è più ricca di fantasia dell'immaginazione; non solo non si è realizzato quel piccolo insieme di misure ospitali (l'ospitalità presuppone anche un'attitudine generosa verso chi non spende, come i poveri fraticelli di Francesco che non portavano denari: nella lunga serie di aggettivi denigratori riportati dai giornali il più ricorrente dopo "sporchi" - do you remember?: "sporco negro", "sporco drogato", "sporco ebreo", "sporco italiano", "sporco muso giallo"- era invece "non spendenti") ma contro i sacchi a pelo è iniziata la mobilitazione.

Emulo di Giovanni d'Austria e armato dell'affilato rasoio dicotomico della scepsi catalaniana ("è molto meglio una città pulita, di gente perbene, turisti con monete forti piuttosto che una città con marocchini, scippatori e scrofolosi") è sceso in campo l'assessore al turismo, uno degli amministratori che noi cittadini veneziani che non godiamo di rendite parassitarie sui flussi turistici più amiamo per le doti di efficacia ed efficienza dimostrate nel cancellare, in una sola stagione, la chiassosa e invadente presenza di "stranieri" plebei dalle calli veneziane in occasione del Carnevale, che già nei secoli passati si era caratterizzata come festa di piccole élite raffinate e che solo in recenti anni "questa generazione mantenuta nel benessere" ha preteso di considerare come una festa praticata en plein air, una sorta di "mondo alla rovescia".

Ora cosa mai vorrà fare Mario Catalano, assessore al turismo, con questo provvedimento miscuglio incomparabile di banalità, perbenismo razzista e servilismo verso i bottegai-rentiers?

Ce lo chiediamo perche "per solito l'uomo quando ode parole crede che nascondano necessariamente pensieri", come osserva Mefistofele.

Suvvia! Si sa che non si debbono gettare cartacce per terra; o le sostanze inquinanti in laguna) e ben farebbero i vigili a multare coloro (turisti e no) che lo fanno, compresi gli autoctoni che fanno volare i sacchetti d'immondizia dalle finestre nei canali; si sa che pisciare sulle colonne non ista bene e ben farebbero i vigili pertanto a tutelare la igiene pubblica, in parte anche insidiata da escrementi di cane tuttavia, e certo non tutelata dalla rarità di cessi pubblici e dal malcostume di molti esercenti che chiudono le toilette dei loro locali.

Suvvia signor sindaco, lei che è allievo del ministro più intelligente della nostra Repubblica (quella italiana intendo), mi meraviglio. Con un po' di ferme e discrete pressioni poteva ridurre sommessamente i modesti disagi provocati agli onesti cittadini dal popolo dei saccoapelisti , senza clamori e proclami repressivi e senza appiattire la sua immagine sulle iniziative dissennate di qualche suo collega meno fortunato. E sì che mi aspettavo qualcosa, dopo la accuse, ingenerose seppur non del tutto immotivate di immobilismo rivolte ai comunisti: non so? Ci vuole l'Expo, la metropolitana, una rete fognaria (non sarebbe una sfida tecnologica degna del 2000 quella di una Cloaca Maxima, già vanto e onore dei re di Roma? Per potersi bagnare tranquillamente nei canali?), un Beaubourg all'Arsenale. Ma qualcosa di grande sì per questa Venezia ci vuole e lei pareva saperlo.

Dunque cosa c'è sotto? I residenti a Venezia "centro - storico" (le virgolette ci sono pour cause) possono essere suddivisi in tre grosse categorie facendo riferimento all'attività economica ormai quasi esclusiva della parte insulare: non percettori di redditi legati ai flussi turistici (tra essi ricchi e poveri, acculturati e no), percettori di redditi prevalentemente legati ai flussi di turismo residenziale, più d'élite ancorché ormai non necessariamente "colto", percettori di redditi legati ai flussi di turismo pendolare, alla "mordi e fuggi" (le temutissime "orde" precedute da ombrellini multicolori che intasano calli e vaporetti).

Noi poveri residenti non turistici (residenti - residenti RR) paghiamo del turismo solo i costi (prezzi alti, disagi nei trasporti, offerta orientata ai turisti e così via), mantenendo, nonostante occasionali irritazioni, in generale un comportamento civile e tollerante (turisti lo si diventa a turno tutti), ma siamo residuali, 20.000 "estranei", provvisori e negletti; sarebbe come se a DisneyWorld vivessero stabilmente (anche di notte) delle persone: spente le luci delle giostre diventerebbero padroni di un mondo fantastico e muto, fascinoso sì, ma non troverebbero dove bere una birra. Di giorno cercheremmo di scappare o di nasconderci, stranieri nella città non più nostra. Tra qualche anno saremo ancor meno e solo "intellettuali" maniaci e malati di nostalgia: già da ora non contiamo niente o quasi (questo, ahimè, ci diceva anche VAGUE).

Gli altri due gruppi (residenti che sfruttano il turismo stanziale RS e Residenti che sfruttano il turismo-pendolare RP) sembrerebbero avere interessi non coincidenti, sicché ci si potrebbe aspettare una qualche conflittualità, una concorrenza, una dialettica tra essi. Tuttavia dentro questi gruppi (tutti i componenti dei quali sono ad alto reddito) prevalgono quelli che potremo chiamare bottegai-rentiers. I mercanti sono stati tra i protagonisti della nascita dell'era moderna, il commercio, la concorrenza e il rischio che spesso lo caratterizzano, ha una sua oscura grandezza, ma a Venezia non di commercio si deve perlopiù parlare, bensì di "rendita di posizione": i flussi ci sono comunque, la gente compre comunque, mangia comunque: non è un caso che il rapporto qualità/prezzi sia a Venezia il peggiore d'Europa nel settore della ristorazione e alberghiero: si può mangiare male anche spendendo 100.000 lire.
I redditieri del turismo polemizzano tra di loro solo per gusto e per autogiustificazione (i pochi che hanno il senso del pudore vorrebbero riqualificare l'offerta e pensano anche seriamente a questo, senza però rendersi conto che questo ha un prezzo).

La campagna di Catalano fa parte di una vera recita, cui si aggiungono dosi massicce di incultura, pressapochismo, spirito ipocrita a benpensante: si vuole lasciare che i padroni della città possano fare il loro comodo senza scrupoli e senza sensi di colpa.

Ben altro ci vorrebbe. In primo luogo fare di Venezia insulare un vero centro storico. Una cosa è che 100.000 turisti arrivino in un giorno in una città di 500.000 o di 50.000 anime: in realtà la terraferma e la parte insulare sono oggi separate e indifferenti. A tutt’oggi Venezia non è percepita e non è il centro di gravità della vasta conurbazione di terraferma, per molte ragioni tempi e difficoltà d'accesso, prezzi, servizi ed attività culturali tutti concepiti per il "mondo", mai per l'hinterland, scarsa vitalità.
Senza pensare (ed anche senza rifiutarsi di pensare) ad una metropolitana, servizi di treni ed autobus tipo shuttle 24 ore su 24, interscambio di attività e servizi, sistemi informativi telematici, decentramento della sedi culturali e universitarie, ricostituzione di attività produttive avanzate nella parte insulare, questa è una gamba di un progetto sensato per salvare Venezia; l'altra, di cui non parlerò, è una politica della casa e delle destinazioni d'uso, che si ponga un obiettivo serio e mobilitante di almeno 100.000 residenti al 2.000.

I poveri saccoapelisti sono innocenti a rischiano di pagare come capri espiatori colpe che non hanno. Catalano vorrebbe scaricare su di loro stanchezze e risentimenti dei veneziani. Ma loro non ci danno proprio fastidio. I fastidi sono dati dalla monocultura del turismo, spesso avido e indecente. Ridateci una città, non un baraccone da luna park con imbonitori sbracati, e i turisti non gireranno più in mutande e berremo una birra a mezzanotte e potremo cadere nei canali nelle lunghe notti della allegra e internazionale nuova movida veneziana.



giovedì 1 dicembre 2016

Il sole sorgerà ancora

Non so come andrà.
Voterò No e mi auguro che il No vinca.
Meglio se vince nettamente.
Non mi azzardo a dire cosa succederà dopo, anche se - a naso - direi che la soluzione migliore sarebbe un governo di scopo per fare una legge elettorale equilibrata e poi - in primavera - al voto.
Non mi azzardo a dire chi vincerà in quel caso.
Ciò premesso dedico questa ultima nota referendaria a un gruppo che persone che stimo, che sono mie "amiche" su facebook, alcune anche nella vita.
Persone che - dichiaratamente a malincuore - votano sì.
Mi pare evidente che tra i votanti del sì ci sono persone che non solo stimo, ma che sono certo di ritrovare dalla stessa parte nella lotta per la libertà e la giustizia.
Ci sono poi tra i votanti del sì e del NO anche persone che non stimo e che so che mi ritroverò contro nella battaglia per la libertà e la giustizia.
Tra i votanti del NO poi ho scoperto che ci sono, oltre a una quota inaccettabile di cialtroni (di destra, di sinistra, di "oltre"), persone per bene che non hanno le mie stesse idee, ma sono riflessivi e intellettualmente onesti: fa piacere.

A miei "amici" che si sono rassegnati al sì, vorrei proporre un'ultima interlocuzione.
Pensate davvero che sia opportuno dare fiducia a chi ci ha trascinato a questo scontro dissennato?
Non chiedetemi per favore che alternative abbiamo: chiedetevi se lascereste ancora i fiammiferi in mano a chi ha appiccato un incendio "in presuntuosa solitudine".
Vedete, cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza è quello che avevamo sempre detto che non era opportuno fare.
Farlo è molto grave.

Questa scelta, insieme con diverse ragioni di merito, la più significativa delle quali è che la nuova Costituzione appare, quantomeno, più fragile, più sensibile alle diverse possibili leggi elettorali, credo che non ci dia altra possibilità che un voto per il NO.
Ho argomentato qui, qui e qui.

Dal 5 Dicembre però il sole sorgerà ancora; pazientemente dovremo metterci in moto per costruire la sinistra nuova, quella del XXI Secolo.
Perché, vedete, "amici" e compagni siamo ancora una volta di fronte al dilemma "o il socialismo o la barbarie".
Sempre di più e con sempre maggiore urgenza.

Le nostre tradizioni, riformiste, rivoluzionarie e ribelli, possono darci una speranza: magari fare un po' di pulizia di illusioni e trasformismi ci può aiutare.







domenica 30 ottobre 2016

Oligarchia, meglio di no. Per un ragionevole, ragionato, convinto, pacato NO // Parte tre di tre

Non so bene come classificarmi.
Non guardo la televisione e non ce l'ho, da oltre vent'anni non seguo più calcio e ciclismo di cui ero appassionato, non amo guidare e per lunghi anni non ho posseduto una macchina, ho un profondo disinteresse per le mode: questo fa di me una persona elitaria?
Sono plebeo e inelegante, riesco a distinguere a malapena il vino in bianco, rosso e rosé, sono quello che si chiamava "una buona forchetta", ma ho un certo fastidio per il food porn, non odio il turismo di massa (come potete leggere in questo mio libretto): questo fa di me una persona non-elitaria?
Siccome poi ho più di 65 anni, sono laureato e voto NO ciò farebbe di me un vero caso statistico.

Sarò elitario, sarò plebeo. Amen.
Ma sono contro l'oligarchia.

Strani dibattiti appassionano i media (social e no) in tempi di referendum costituzionale.

Ma intanto partiamo da qualche fatto: la sinistra ha sempre voluto estendere il suffragio.
Voleva che esso fosse un diritto soggettivo di tutti e non l'esercizio di una capacità.
Eccola qua la differenza! 
Il voto in democrazia, ma anche l'elettorato passivo, è un diritto di tutti: giovani e vecchi, donne e uomini, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti.
Tanto è vero che per consentire a tutti di essere eletti, saggiamente si voleva (e venne istituita) l'indennità parlamentare (che la Costituzione sancisce nell'Art. 69: I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge; poche parole e chiare, neh?).

Ma basta il voto, basta il suffragio universale? No, non basta, ovviamente, anche se non si può farne a meno.
Non basta almeno per chi crede nella democrazia come reale espressione della sovranità del popolo.
Non solo non basta perché deve essere accompagnato da condizioni di possibilità reali di esercizio del voto (quelle che, oltre al suffragio universale,  Dahl riassume in: elezioni ufficiali, libere e frequenti, diritto a cercare un lavoro, libertà d'espressione, di stampa e di associazione), ma perché la democrazia rappresentativa funziona in senso inclusivo solo se la cessione temporanea di sovranità ai rappresentanti è accompagnata da una partecipazione costante dei cittadini alla formazione dell'agenda e alle scelte (e questo si fa in molti modi, anche con il conflitto e con le lotte, che sono forme importati di partecipazione, più dei referendum).

Ma se poi i cittadini votano per il Brexit o per la Le Pen o per Berlusconi, Salvini, Grillo o Renzi, ecco che si levano alti i lai sul fatto che vecchi, casalinghe, giovani ignoranti non hanno le capacità di votare bene. 
Del resto Hitler non è andato al potere con il voto popolare? 
[Il fatto che la risposta a questa domanda sia no, non viene presa in considerazione; Hitler venne nominato Cancelliere dopo le elezioni del Novembre 1932 in cui perse due milioni di voti: il suo partito ottenne il 33,1%; chiedere ai partiti che lo hanno appoggiato; come in Italia a quelli che hanno votato Mussolini capo del governo dall'alto del suo 20% dei voti]. 
Agnosco veteris vestigia flammae (eccomi di nuovo elitista; traduco: "riconosco i segni dell'antica fiamma"): eccoli qua i sostenitori del voto come esercizio di una capacità e non come diritto: eccoli gli oligarchi in potenza.

La democrazia ha bisogno di buoni cittadini, certo. 
Che vadano a votare.
Quando in Italia votavano oltre il  90% dei cittadini (come alle politiche del 1948: 92,23%) era meglio di oggi che si vota al 75% (come alle politiche del 2013: 75,19%); o meglio del 34,21 delle ultime elezioni regionali dell'Emilia Romagna.
Che possano esprimere le loro opinioni in arene pubbliche; che abbiano accesso a un'informazione seria; che possano influenzare le scelte (non serve il vincolo di mandato dei rappresentanti per questo); che possano organizzarsi e lottare per i loro diritti.
Una volta c'erano partiti, sindacati, associazioni, parrocchie a consentire che questo avvenisse.
Una volta si considerava importante che in molti si votasse.
[Pensate al paradosso di due aziende in competizione cui non interessasse affatto quante lattine di bibita vendono, ma solo di avere la percentuale più alta del mercato: ecco quello che gli attuali partiti fanno].
Una volta questo avveniva e non era tutto oro, ovviamente. 
Ma quella era - per molti versi - una democrazia sostanziale.
Il fatto che oggi non avvenga, non significa che non sia più possibile.

Solo semplificando si può pensare che quelle agenzie, quel tessuto di pratiche di dibattito pubblico, possa essere sostituito dalla "rete"; ma molte pratiche dal basso esistono nelle nostre città e nelle nostre campagne, molte opportunità sono offerte  dalle nuove tecnologie.
Gli è che non interessa coglierle, dare loro continuità, spessore, rigore, qualità; gli è che non si vuole dare sbocchi politici, anche provvisori, ai movimenti e alle pratiche sociali, offrire loro la possiblità di influenzare l'agenda politica e le scelte.
Ma non è impossibile.

La democrazia è un processo senza fine, un orizzonte. 
Ma è infinitamente meglio di ogni altro sistema per gli oppressi, che ne hanno bisogno.

Voi direte: che c'entra con il referendum costituzionale?
Apparentemente poco. Sostanzialmente molto.
Ho già detto che una cattiva legge elettorale può rendere l'assetto istituzionale disegnato da queste modifiche sostanzialmente assai meno democratico.
Oltre le tecnicalità questo mi preoccupa molto.

Dimenticavo: è importante che un Parlamento possa legiferare bene (bene vuol dire non necessariamente in fretta) e possa esprimere un governo che funziona. 
Più importante è che esso sia rappresentativo del popolo, belli e brutti, buoni e cattivi, giovani e vecchi, istruiti e no.  

Dimenticavo: ai sostenitori delle èlite mi piacerebbe ricordare che all'immane massacro della Prima Guerra Mondiale non siamo stati condotti dalle masse ignoranti, ma da una ristretta e colta élite, con un'azione extraparlamentare e una sorta di colpo di stato (che dentro questa minoranza ci fossero persone perbene, che poi in molta parte si sono ravvedute, non è, nel nostro caso, rilevante); le masse quelle che seguivano il Partito Socialista e il Partito Popolare erano e rimasero contro la guerra, ma davvero contro (tra l'altro alle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1919 questi due partiti ottennero 256 seggi su 508).