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martedì 14 maggio 2019

Per Ada

Quattro anni fa molte importanti città in Spagna, a partire dalla capitale Madrid, hanno eletto Sindaci di rinnovamento e di progresso.
In genere hanno dovuto operare senza avere la maggioranza assoluta, in condizioni difficili, con l'ostilità del governo centrale e delle Comunità autonome.
In genere hanno operato molto bene, mantenendosi fedeli, nei limiti del possibile, ai loro impegni con gli elettori.
Ci sono possibilità concrete che molti di questi governi locali vengano confermati dal voto del 26 Maggio e altri possano aggiungersi.
C'è un'amministrazione che riveste un ruolo particolarmente importante, anche dal punto di vista simbolico.
Si tratta dell'amministrazione della città di Barcellona, la capitale della Catalogna.
La Sindaca di Barcellona è Ada Colau; tra le mille difficoltà l'Alcaldessa ha governato bene, con entusiasmo, passione, coerenza ed efficacia (in questo video Ada ci ricorda cosa ha fatto in questi quattro anni).
Basta poco perché il voto del 26 Maggio la confermi come Alcaldessa,
Abbiamo proposto ad alcune colleghe e colleghi, compagne e compagni, amiche ed amici di firmare questo appello; se volete aggiungere la vostra firma, mandatemi un messaggio al mio indirizzo abcecchini@gmail.com:

I quattro anni di governo di Ada Colau nella città di Barcelona sono stati sicuramente positivi.
La sua azione ha provato concretamente a dare risposta a molti dei problemi legati alla giustizia spaziale e ai problemi delle trasformazioni urbane, con misure efficaci e sostenibili.
La Barcelona di Colau è un punto di riferimento per tutti noi che - in modi diversi . ci occupiamo della città e della qualità della vita urbana e si collega a molte esperienze municipali in Europa e nel mondo che provano a costruire il diritto alla città per tutte e tutti.
Ci auguriamo che la cittadinanza di Barcellona con il suo voto faccia in modo che l'esperienza di governo di Ada Colau e dei Comuns possa continuare. Speriamo anche che l'esperienza di Barcellona sia di ispirazione per promuovere politiche di trasformazione in altre città in Italia e nel resto d'Europa.

Grazie.

Primi firmatari:

Francesco Indovina
Ivan Blečić
Arnaldo Cecchini
Valentina Talu




sabato 3 marzo 2018

Ne è valsa la pena.

Tra pochi mesi, con due anni di anticipo, andrò in pensione.
In tutto saranno stati cinquant'anni passati in Università da studente, borsista, ricercatore, professore.
Cinquanta.
Per ragioni soprattutto personali ho deciso di anticipare.
Lo posso fare a cuor leggero perché da quest'anno - dopo anni in cui era parzialmente bloccato - il turn-over  è tornato a essere (mediamente) del 100%.

Ne è valsa la pena. Essere pagato per studiare è un privilegio raro.
Insegnare è un mestiere meraviglioso.
L'Università italiana è in difficoltà: da molti anni tutti i governi l'hanno bastonata con una combinazione di malafede, stupidità e ignoranza ("matta bestialitade") rubando un futuro ai giovani.
Ma è stata e rimane un posto in cui vi sono grandi presidi di cultura e di democrazia, mediamente una buona università.
Poi come dovunque ci sono cose che non funzionano (sempre più numerose), burocrazia forsennata (sempre più estesa), clientelismi e familismi (non rari, ma non così frequenti), fannulloni e incompetenti (abbastanza rari, ma ci sono).
C'erano e ci sono molte cose da cambiare; in particolare non ci siamo attrezzati bene al fatto che l'Università è diventata un'università di massa (meno di quanto dovrebbe) e che questo fatto è positivo, ma richiede interventi e risorse e un modo diverso di organizzare gli studi.
Perché la scuola di massa non vuol dire di bassa qualità e non implica la segregazione degli "eccellenti" dalle "merde" (è l'unica concessione alla volgarità che mi permetto).

Ieri, venerdì 2 Marzo, c'è stato il mio penultimo atto al nostro Dottorato.
Tre dei cinque neo-dottori mi avevano come mentore.
Fatemi dire che, aldilà del fatto che ho addottorato qualche decina di giovani, ogni volta per me è un'orgogliosa emozione.
Ma voglio dire di più.
Quest'anno tre dottorandi erano di formazione un filosofo, una giurista, una paesaggista (quest'ultima cittadina serba).
Non era male questa vocazione della nostra scuola di dottorato di essere "aperta": uno dei tanti pregi dell'esperienza di AAA.

Premetto che in tutti i casi avevo dei colleghi più "disciplinari" di me a fare da co-mentori: non sono un tuttologo.
Ma Nanni, Roberta e Nađa (o per essere più corretti Giovanni Campus, Roberta Guido e Nađa Beretić) pur non essendo stati miei studenti (per ovvie ragioni) mi hanno fatto l'onore di scegliermi in quanto i loro temi di ricerca intersecavano dei miei interessi culturali e, forse, sapevano che avrei studiato e imparato con loro (poi i mentori "disciplinari" ci avrebbero "messo in riga").
Hanno fatto un ottimo lavoro.
E penso che i risultati della loro ricerca siano utili (se vi interessano le ricerche, di cui non svelo i titoli, sono legati al rapporto tra arte pubblica e città, al diritto alla città, alle prospettive del parco geominerario della Sardegna; li ho detti volutamente male: se vi interessa contattateli).

Avrò ancora un paio di dottorandi che finiscono il corso a fine 2018 e uno (palestinese con Borsa del MAE) nel 2019.

Non vi racconto qui quali difficoltà hanno studenti non comunitari a mettersi in regola con la burocrazia italiana, nonostante l'illuminato buonsenso di molti poliziotti; del resto un Paese che non riesce a trovare soluzioni efficaci per far votare studenti fuori sede che volete che possa fare con studenti e dottorandi (ma anche con ricercatori) non comunitari.

Perché ho scritto questo post?
Non so; forse perché un po' mi dispiace che alla prossima discussione delle dissertazioni sarò già in pensione e un po' per farvi capire perché non posso proprio pensare di dare il mio voto a chi in questi anni ha attivamente collaborato a cercare di distruggere l'Università pubblica, specie quella del Sud.
E per dire che non ci sono riusciti e non ci riusciranno.
Non solo ne è valsa la pena.
Ne vale la pena, ne varrà la pena.
Anche per Nanni, Roberta e Nađa e per il loro futuro.

P.S.
In questi giorni, a poche ore dalle elezioni, sono state assegnate alle università e agli enti di ricerca le risorse per il reclutamento; briciole: all'Ateneo di Sassari 11 posti in tutto. Siamo proprio sicuri che non sia questo il tempo di mobilitarci?







 

venerdì 23 febbraio 2018

Votare. Ancora qualche dubbio.

Sono molti anni che non voto più con entusiasmo e parecchi che non voto più con convinzione.
Io sono un tenace proporzionalista, penso che la rappresentanza non possa essere sacrificata alla governabilità, anche se si possono studiare dei meccanismi che favoriscono la governabilità senza penalizzare (troppo) la rappresentanza.
Penso anche che nessun meccanismo elettorale possa "sciogliere" i problemi politici: come mostra ad esempio la situazione tedesca.
Che il partito di Veltroni o di Renzi abbia cercato di fare il vuoto alla sua sinistra (anche per le elezioni europee in cui - in modo assurdo - Veltroni ha imposto una soglia di sbarramento) è una delle ragioni per cui non lo voterò mai. Anche se so che ancora c'è moltissima gente per bene, con cui condivido molto, che lo vota. Spero di ritrovarmi con loro.
A proposito non sono da molto tempo troppo interessato alle etichette "destra-sinistra": mettiamola così "chi sta con gli oppressi - chi sta con gli oppressori", ma ci sono molte sfumature e molte dimensioni.

Ma veniamo a noi. Per chi votare?
Mi è capitato che il mio voto non contribuisse ad eleggere deputati (sin dal mio primissimo voto per Il Manifesto nel 1972): succede.
Ma in ogni caso avevo sperato che servisse.
Decidere di dare un voto che sicuramente non serve ad eleggere nessuno non mi convince; anche se mi accontento di un'esigua speranza.

Io di mio, di primo acchito per così dire, voterei Potere al popolo. 
Se riuscissero a mandare in Parlamento un manipolo di una ventina di deputati /senatori non cambierebbe il mondo, ma sarebbe un bel segnale e questi parlamentari - per quel poco che si può - sarebbero utili a tutti. Del resto loro non pensano che votando si cambia il mondo.
Siccome poi non è che andranno al governo, del loro programma, a volte ingenuo e semplicistico, non mi curo moltissimo; sarebbero un manipolo di tosti oppositori e tanto mi basta.
Ma il se è un grande se. In questo momento la speranza è esigua.

Ma prima di continuare dico per chi sicuramente non voto e perché.
Per nessuno dei partiti della destra, per ragioni sin troppo ovvie: il fatto che oltre un terzo degli italiani non lo trovino ovvio mi costringe a interrogarmi, ma non mette in dubbio le ragioni del mio no.

Sicuramente non voterò per chi ha governato nell'ultima legislatura (seppur non ci fosse la ragione esposta all'inizio); anche solo guardando quel che hanno fatto contro l'Università e la Scuola per restare nel mio specifico (e per tacere di tanto altro) non potrei neppure prendere in considerazione l'ipotesi di votarli.
Né il partito principale di quella coalizione, in cui pure sono candidate alcune persone per bene e più che per bene che spero l'esito di questo voto liberi dalla gabbia in cui si sono rinchiusi, né la lista europeista che lo supporta che ha dei pregi, ma che - in quasi tutto il mondo - sarebbe una lista della destra (diciamo della destra libertaria).

E qui mi viene un problema: potrei votare per Liberi e Uguali, un lista di centrosinistra che manderà in Parlamento una quarantina di persone, di cui una ventina ragionevolmente radicali e per bene. Ma posso io dimenticare che molti di loro hanno votato sino a poco tempo fa con il governo i peggiori provvedimenti, molti di loro hanno votato per il fiscal compact in Costituzione, alcuni di loro (guidati da uno dei loro veri capi) hanno portato l'Italia in guerra in violazione dall'art. 11 della Costituzione? Forse posso farlo, ma mi costa. Mi costerebbe.

Non credo che voterò per 5 Stelle, anche se al Senato l'altra volta li ho votati (era l'unico voto utile per diminuire la rappresentanza della coalizione berlusconiana): mi va bene che abbiano un buon risultato, ma preferisco eleggere qualcuno che ha posizioni politiche che condivido nel loro insieme; cosa che non è con le posizioni di questo movimento. Anche se, a dire il vero, qui in Sardegna in particolare, il voto per Cinque Stelle sarebbe un vero voto utile a sfavore della destra (la legge elettorale non l'ho fatta io!). Tuttavia l'idea del loro candidato a Presidente del Consiglio di istituire un Ministero della Meritocrazia, se confermata, mi impedisce persino di pensare di voltarli

In Sardegna c'è un'opzione ulteriore, per molti aspetti affascinante: quella della lista indipendentista  (diciamo così) Progetto Autoderminatzione.
In questi miei ormai lunghi anni di residenza in Sardegna, anche se non sono diventato sardo, mi sono convinto che questa terra ha bisogno di autogoverno; non sono sicurissimo che lo meriti, ma sì che ne ha bisogno.
Se guardiamo solo allo stato di accessibilità e mobilità nella nostra terra questa affermazione è dimostrata. E non finisce qua.
Gli è però che io non sono nazionalista: e non solo perché con i nazionalismi si sa dove si comincia e non si sa dove si va a finire. E non solo perché sono internazionalista. E anche perché come "non mi sento italiano" (con Gaber) non vedo perché dovrei sentirmi sardo (e poi sono troppo vecchio per imparare Sa Limba).
Anche nel caso della Catalogna, ad esempio, io sarei per una Repubblica federale dei popoli della Spagna (o delle nazioni della Spagna) di cui la Catalogna sia uno dei componenti (1).
Vero è che l'Europa, che a me - come sogno - piacerebbe potesse diventare una Repubblica federale, potrebbe favorire processi di scomposizione e ricomposizione, ma non riesco a vedermi come nazionalista in nessun caso.
Ma un bel successo di Autodeterminatzione sarebbe utile, anche in vista delle prossime regionali. In quelle elezioni probabilmente questa lista, se avesse un buon risultato alle politiche, potrebbe essere l'opzione migliore e persino l'opzione vincente (anche se, nel caso si profilasse questa eventualità, cercheranno di cambiare la legge elettorale).
Il loro leader dice di non preoccuparci per il voto utile; figurarsi se non lo capisco, ma un pochino sì mi preoccupo, mi spiace.
Se non capisco male, a meno di non vincere in un collegio uninominale, possibilità di eletti alla Camera non ce ne sono. Al Senato, oltre  a questa opzione vi è quella del 20% a livello regionale; un obiettivo molto ambizioso, troppo ambizioso, temo. Ma forse un'esigua speranza c'è.

Alla fin fine mi verrebbe di votare Spes contra spem e di fare una scommessa folle: Potere al popolo o Autodeterminatzione, magari un voto all'uno e un voto all'altro. Sperando in un improbabile 3% e in un improbabile 20%. O almeno in qualcosa che si avvicini a queste percentuali.
Ma ci voglio pensare e forse mi rassegnerò a due voti per Liberi e Uguali.
Ma ci voglio pensare davvero.

Amiche e amici delle varie opzioni che ho considerato possono aiutarmi a decidere?
Con un dibattito pacato, se possibile. Grazie.


(1) Catalans! Les forces monàrquiques i feixistes que d'un temps ençà pretenien trair la República, han aconseguit el seu objectiu i han assaltat el Poder. En aquesta hora solemne, en nom del Poble i del Parlament, el Govern que presideixo assumeix totes les facultats del Poder a Catalunya, proclamo l'Estat Català de la República Federal Espanyola, i en restablir i fortificar la relació amb els dirigents de la protesta general contra el feixisme, els invita a establir a Catalunya el Govern Provisional de la República, que trobarà en el nostre poble català el més generós impuls de fraternitat en el comú anhel d'edificar una República Federal lliure i magnífica. Catalans! L'hora és greu i gloriosa. L'esperit del president Macià, restaurador de la Generalitat, ens acompanya. Cadascú al seu lloc i Catalunya i la República al cor de tots. Visca Catalunya! Visca la República! Visca la llibertat!
Lluís Companys i Jover











lunedì 5 febbraio 2018

Antifascisti. Perché serve esserlo. Anche riguardo alla lapide della vergogna.

Credo che avessero ragione quanti di noi hanno sempre pensato che non  valesse la pena di mollare la presa sulla questione del contrasto al fascismo, quello "eterno" o "perenne" (per dirla con Umberto Eco) e quello contingente.
Credo che abbiamo ragione.
Sono numerosi i fatti, piccoli e grandi, che da molto tempo e con sempre crescente gravità mostrano che diversi tipi di azioni fasciste, più o meno squadriste, si presentano sulla scena.
In qualche modo queste azioni sono state legittimate dall'acquiescenza di molti media e di alcune forze politiche e dalla distrazione di altri.

Una premessa voglio farla: io credo molto nella libertà di espressione sicché non mi hanno mai convinto del tutto le soluzioni censorie,  sia che riguardassero i cosiddetti "revisionisti" sia i cosiddetti "odiatori" in rete (gli haters).
Mi spingo sino a dire che a tutti coloro che esprimono un'idea si deve lasciarlo fare, salvo che non commettano un reato altrimenti normato (calunnia o diffamazione ad esempio).

Un'altra premessa è che credo di poter affermare convintamente che esistono e sono esistiti fascisti "per bene". Alcuni li ho conosciuti di persona.
Non so ad esempio se Piero Borsellino (che non ho conosciuto) ha continuato a essere fascista per tutta la vita, ma sicuramente lo è stato per molta parte di essa: ed era sicuramente una persona per bene.
Sono disposto ad accettare le aberrazioni e le perversioni di ogni persona, se e in quanto non violino operativamente i diritti degli altri.

Diritto di parola per tutti i fascisti, rispetto per alcuni fascisti, per riassumere.

Ma nessuno spazio politico per le organizzazioni fasciste, che vanno contrastate con tutti i mezzi necessari.
Vuol dire, ad esempio,  che i media non dovrebbero dar loro nessuna visibilità (altro che pubblicare i comunicati Forza Nuova e Casa Pound), che le amministrazioni pubbliche dovrebbero far di tutto per non concedere loro spazi e luoghi pubblici, che le forze politiche dovrebbero rifiutare ogni interlocuzione, che i cittadini dovrebbero mobilitarsi contro le loro manifestazioni.

In generale io non credo molto all'esistenza di situazioni che possano conciliare le parti diverse (cosiddette scelte condivise o bipartisan).
O con gli sfruttati o con gli sfruttatori.
Ed è vero che il fascismo e il nazismo sono stati sostenuti e finanziati dagli sfruttatori senza la cui complicità e il cui appoggio non avrebbero potuto vincere.
Ma a un certo punto fascismo e nazismo sono andati ben oltre, da strumento sono diventati agente attivo, anche oltre, ben oltre gli interessi che li avevano sostenuti.

Da quel momento l'antifascismo non si può più identificare con l'anticapitalismo.
Anche se non credo che si debba sacrificare l'anticapitalismo all'antifascismo.

Voglio dire che le due parti in conflitto sui temi della giustizia e dell'eguaglianza (una volta si sarebbe detto la sinistra e la destra) debbono e possono opporsi insieme al fascismo, senza dimenticare chi sono.

Questa è la ragione che mi spinge su questa questione a stare insieme a tutti quelli che ci stanno; e a chiedere a tutti quelli che rifiutano il fascismo di stare insieme per combatterlo.

C'è una cosa che dovremmo fare subito qui ad Alghero. Tutti dovremmo volerla fare.
Molti ricorderemo la vicenda della "lapide della vergogna".
Come si vede nella foto in questa lapide sono elencati i caduti con indicata una "collocazione":



Tra esse sono significative due: Partig. e R.S.I.
Ma proseguiamo; nella foto seguente si legge la dedica:


Credo che sia evidente che c'è qualcosa di sbagliato.
La prima volta che posi la questione, oltre ad alcuni episodi di squadrismo verbale, mi si è obiettato che a tutti i morti si deve la pietà.

Ma non è questa la questione.
La lapide dice che quelle persone, tutte quelle persone, "donarono la vita perché l'Italia fosse libera e giusta".
E questo è oltraggiosamente falso.
Giustizia e libertà erano tra le motivazioni dei "partig.", non tra quelle dei militari di leva, per cui forse si può parlare di obbedienza o di senso del dovere, né tanto meno degli R.S.I., alcuni dei quali forse si sono battuti per l'onore e il rispetto della parola data.

Insomma se di pietas si deve parlare si possono elencare in una lapide tutte le vittime, militari e civili, senza quelle ridicole e contorte "affiliazioni" e limitarsi a scrivere "Alghero ai suoi caduti".
Ma dire che un repubblichino, sia che fosse un convinto sostenitore del nazismo, sia che fosse volontario per ragioni diverse, sia che fosse inconsapevole o arruolato a forza, è caduto "perché l'Italia fosse libera e giusta" è inaccettabile.
La pietà per tutti i morti non vuol mai dire che le loro ragioni fossero le stesse ed egualmente giuste.

Non aver modificato questa lapide da quando il problema è stato posto parecchi anni fa è una responsabilità grave delle tre amministrazioni che si sono succedute da allora.
Anche se è tardi, forse non è troppo tardi.
O forse sì.




lunedì 20 novembre 2017

Non pensate all'elefante. (Anche perché l'elefante non c'è)

In questi giorni sui media vi è una confusa discussione sul che fare (a sinistra) per le prossime elezioni.
Si parla di elezioni, quindi le questioni "tecniche" pur non essendo le uniche rilevanti, sono comunque rilevanti.
Intanto è importante rilevare che una lista che si presenti da sola ha bisogno del 3% dei voti per conquistare seggi nella quota proporzionale (che rappresenta circa i 3/5 del totale dei seggi).
Nella restante quota, quella maggioritaria, in ognuno dei collegi uninominali vince la lista o la coalizione che prende anche solo un voto di più delle altre: in una corsa a tre, con qualche "incomodo", questo può volere dire che in una circoscrizione si passa anche con il 30% dei voti o poco più.
Le altre tecnicalità (ritagliate sulle convenienze di entrambe le due coalizioni possibili in modo persino più astuto e prevaricante della legge elettorale vigente, il che fa sì che l'attuale legge si possa ribattezzare Porcellum Plus) le trovate qui.

Secondo ogni ragionevole previsione le due coalizioni e una lista dovrebbero prendere circa il 90% dei voti totali, più o meno ciascuna con una percentuale di voto analoga.
Questi due fatti fanno sì che eventuali vantaggi di qualche punto percentuale dell'uno sugli altri si traducano in spostamenti modesti, anche se non indifferenti, di seggi (diciamo un ventina al massimo).
Quindi i tre contendenti avranno alla Camera circa 200 seggi a testa, una trentina circa potendo andare ad altre liste.
Con questa legge il Senato avrà una composizione analoga.
Se ne deduce che nessuno dei tre contendenti avrà la possibilità - neppure remotissima - di ottenere una maggioranza e che ci sarà una forte instabilità, la cui unica possibile risoluzione sarà che una coalizione riesca ad allearsi con un pezzo dell'altra coalizione (ipotesi numericamente improbabile, ma non impossibile con un'opportuna campagna acquisti).
Poiché una coalizione (diciamo la A) avrà la gran parte dei seggi attribuiti a un unico partito, mentre l'altra (la B) li spartirà tra più di due (diciamo in proporzioni 4, 4, 2) diciamo che questa eventualità che partirebbe da una base minima di più di 250 seggi, dovrebbe essere "dominata" dalla coalizione A, che seppure non esprimesse il Presidente del Consiglio, sicuramente potrebbe "indicarlo".

Del resto l'instabilità può essere ritardata o attenuata da sistemi elettorali e meccanismi istituzionali, ma non può essere rimossa quando corrisponde a una vera instabilità nell'espressione della volontà popolare, come dimostra la difficoltà di questi giorni della Germania, che pure ha un sistema elettorale molto efficiente e che ha funzionato per decenni.

Ciò premesso, di cosa dobbiamo preoccuparci? O meglio di cosa mi preoccupo io?
Io mi preoccupo dell'astensionismo. Alle precedenti politiche ha votato il 75% degli italiani. Scendere sotto il 70%, come potrebbe succedere, sarebbe un dato molto negativo.
Un'eventuale forza politica del cambiamento dovrebbe occuparsi in primo luogo di questo.
Non è un compito impossibile.

Io mi preoccupo che in Parlamento possa essere assente una forza politica del cambiamento; tuttavia questa sciagurata legge elettorale rende relativamente semplice che una simile rappresentanza ci sia (basta una lista che prenda il 3%).
Ho usato l'espressione "forza politica del cambiamento" perché pur riconoscendomi nella storia e nei valori della sinistra, non mi pare rilevante usare, qui ed ora, questa etichetta.
Mentre sì: diritti del lavoro, diritti civili, politiche pubbliche contro la povertà, investimenti in scuola, università e ricerca, mi paiono tutti punti di una politica del cambiamento che è spesso agli antipodi delle politiche delle due coalizioni e che non è coerentemente espressa dall'altra lista.
Mi piacerebbe che ci fosse una forza politica innovativa, radicale, democratica e senza il fardello di un recente passato spesso inaccettabile (per capirci con dirigenti responsabili di aver portato l'Italia in guerra e sostenuto il voto - unanime - sulla Riforma della Costituzione sul pareggio di bilancio)? Sì. Mi piacerebbe.
Ma mi accontento di quel che c'è.
Se una lista del cambiamento (anche un cambiamento parziale) avesse il tra il 5 e il 10% dei voti non sarebbe tutto, ma sarebbe un po'.

Come sono messe le forze politiche del cambiamento (diciamo le "sinistre" lato sensu) in Europa e nel mondo?
Diciamo così così.
Ma in generale ci sono in molte parti semi di un cambiamento possibile.
I vecchi sistemi bipolari si disgregano e questo è un bene.
Forze di cambiamento, seppur eterogenee, crescono o mantengono le  posizioni. Tutto sommato la destra estrema può essere contenuta (un caso a parte sono i paesi dell'Est Europa) se e quando si fa barriera (anche culturale) contro di essa.

Una cinquantina di parlamentari in Italia, specie se appaiono ragionevolmente radicali e se non sono puro ceto politico, possono essere utili. Anche per scompaginare i giochi.
Poi vedremo cosa fare davvero.
Per ora mi accontenterei.

Come vedete: l'elefante non c'è.






sabato 11 novembre 2017

Vintage --- Sacchi a pelo all'ombra delle colonne

Pubblicato nel 1987 sul giornale di Venezia Il Gazzettino.
L'Assessore (al turismo) citato era l'Avvocato Augusto Salvadori in una Giunta di centro sinistra il cui Sindaco era il socialista Nereo Laroni (Salvadori sarà poi Assessore alla Tutela del Decoro della città nella Giunta Cacciari 3 - 2005-2010). 
Il Ministro "più intelligente della Repubblica" (e forse era vero) è Gianni De Michelis, all'epoca Ministro del lavoro.
VAGUE è un gioco di simulazione; l'acronimo  sta per Venice: an Ancient Game of Urban Evolution; sviluppato poi in Nouvelle VAGUE e in newWave).
L'articolo fa riferimento a una polemica relativa ai giovani in sacco a pelo che dormivano all'aperto sulle gradinate (soprattutto alla Stazione Santa Lucia). 
Con lo slogan "uno, nessuno e centomila (abitanti) mi sono candidato (e sono stato eletto) alle elezioni comunali del 1990 nella lista del PCI-Il Ponte guidata da Massimo Cacciari.



Sacchi a pelo all’ombra delle colonne

Da alcuni anni stiamo lavorando, alla Facolta di Architettura, ad un gioco sul futuro di Venezia (si chiama VAGUE, acronimo allusivo, e "gira" su M24 Olivetti).

Tra gli eventi che avevamo inserito come possibili esiti dello "mosse" di gioco, uno si è rivelato profetico interprete di un grottesco avvenimento del luglio veneziano.

Si intitolava "sacchi a pelo all'ombra delle colonne" e prevedeva la realizzazione, a costi modestissimi per l'opulenta serenissima repubblica dei bottegai, di strutture ricettive per il turismo giovanile (tettoie, bagni, spazi nelle isole minori, battelli). Era un evento con basse probabilità iniziali di realizzazione che quasi sempre le varie fasi di gioco portavano a non avverarsi; con qualche stupore dei nostri giocatori-studenti che non capivano le ragioni per cui una tale modesta, conciliante e meritoria opera non fosse in alcun modo desiderabile in una ricca e suppostamente ospitale città abitata dai discendenti di viaggiatori infaticabili.

La realtà, come è noto, è più ricca di fantasia dell'immaginazione; non solo non si è realizzato quel piccolo insieme di misure ospitali (l'ospitalità presuppone anche un'attitudine generosa verso chi non spende, come i poveri fraticelli di Francesco che non portavano denari: nella lunga serie di aggettivi denigratori riportati dai giornali il più ricorrente dopo "sporchi" - do you remember?: "sporco negro", "sporco drogato", "sporco ebreo", "sporco italiano", "sporco muso giallo"- era invece "non spendenti") ma contro i sacchi a pelo è iniziata la mobilitazione.

Emulo di Giovanni d'Austria e armato dell'affilato rasoio dicotomico della scepsi catalaniana ("è molto meglio una città pulita, di gente perbene, turisti con monete forti piuttosto che una città con marocchini, scippatori e scrofolosi") è sceso in campo l'assessore al turismo, uno degli amministratori che noi cittadini veneziani che non godiamo di rendite parassitarie sui flussi turistici più amiamo per le doti di efficacia ed efficienza dimostrate nel cancellare, in una sola stagione, la chiassosa e invadente presenza di "stranieri" plebei dalle calli veneziane in occasione del Carnevale, che già nei secoli passati si era caratterizzata come festa di piccole élite raffinate e che solo in recenti anni "questa generazione mantenuta nel benessere" ha preteso di considerare come una festa praticata en plein air, una sorta di "mondo alla rovescia".

Ora cosa mai vorrà fare Mario Catalano, assessore al turismo, con questo provvedimento miscuglio incomparabile di banalità, perbenismo razzista e servilismo verso i bottegai-rentiers?

Ce lo chiediamo perche "per solito l'uomo quando ode parole crede che nascondano necessariamente pensieri", come osserva Mefistofele.

Suvvia! Si sa che non si debbono gettare cartacce per terra; o le sostanze inquinanti in laguna) e ben farebbero i vigili a multare coloro (turisti e no) che lo fanno, compresi gli autoctoni che fanno volare i sacchetti d'immondizia dalle finestre nei canali; si sa che pisciare sulle colonne non ista bene e ben farebbero i vigili pertanto a tutelare la igiene pubblica, in parte anche insidiata da escrementi di cane tuttavia, e certo non tutelata dalla rarità di cessi pubblici e dal malcostume di molti esercenti che chiudono le toilette dei loro locali.

Suvvia signor sindaco, lei che è allievo del ministro più intelligente della nostra Repubblica (quella italiana intendo), mi meraviglio. Con un po' di ferme e discrete pressioni poteva ridurre sommessamente i modesti disagi provocati agli onesti cittadini dal popolo dei saccoapelisti , senza clamori e proclami repressivi e senza appiattire la sua immagine sulle iniziative dissennate di qualche suo collega meno fortunato. E sì che mi aspettavo qualcosa, dopo la accuse, ingenerose seppur non del tutto immotivate di immobilismo rivolte ai comunisti: non so? Ci vuole l'Expo, la metropolitana, una rete fognaria (non sarebbe una sfida tecnologica degna del 2000 quella di una Cloaca Maxima, già vanto e onore dei re di Roma? Per potersi bagnare tranquillamente nei canali?), un Beaubourg all'Arsenale. Ma qualcosa di grande sì per questa Venezia ci vuole e lei pareva saperlo.

Dunque cosa c'è sotto? I residenti a Venezia "centro - storico" (le virgolette ci sono pour cause) possono essere suddivisi in tre grosse categorie facendo riferimento all'attività economica ormai quasi esclusiva della parte insulare: non percettori di redditi legati ai flussi turistici (tra essi ricchi e poveri, acculturati e no), percettori di redditi prevalentemente legati ai flussi di turismo residenziale, più d'élite ancorché ormai non necessariamente "colto", percettori di redditi legati ai flussi di turismo pendolare, alla "mordi e fuggi" (le temutissime "orde" precedute da ombrellini multicolori che intasano calli e vaporetti).

Noi poveri residenti non turistici (residenti - residenti RR) paghiamo del turismo solo i costi (prezzi alti, disagi nei trasporti, offerta orientata ai turisti e così via), mantenendo, nonostante occasionali irritazioni, in generale un comportamento civile e tollerante (turisti lo si diventa a turno tutti), ma siamo residuali, 20.000 "estranei", provvisori e negletti; sarebbe come se a DisneyWorld vivessero stabilmente (anche di notte) delle persone: spente le luci delle giostre diventerebbero padroni di un mondo fantastico e muto, fascinoso sì, ma non troverebbero dove bere una birra. Di giorno cercheremmo di scappare o di nasconderci, stranieri nella città non più nostra. Tra qualche anno saremo ancor meno e solo "intellettuali" maniaci e malati di nostalgia: già da ora non contiamo niente o quasi (questo, ahimè, ci diceva anche VAGUE).

Gli altri due gruppi (residenti che sfruttano il turismo stanziale RS e Residenti che sfruttano il turismo-pendolare RP) sembrerebbero avere interessi non coincidenti, sicché ci si potrebbe aspettare una qualche conflittualità, una concorrenza, una dialettica tra essi. Tuttavia dentro questi gruppi (tutti i componenti dei quali sono ad alto reddito) prevalgono quelli che potremo chiamare bottegai-rentiers. I mercanti sono stati tra i protagonisti della nascita dell'era moderna, il commercio, la concorrenza e il rischio che spesso lo caratterizzano, ha una sua oscura grandezza, ma a Venezia non di commercio si deve perlopiù parlare, bensì di "rendita di posizione": i flussi ci sono comunque, la gente compre comunque, mangia comunque: non è un caso che il rapporto qualità/prezzi sia a Venezia il peggiore d'Europa nel settore della ristorazione e alberghiero: si può mangiare male anche spendendo 100.000 lire.
I redditieri del turismo polemizzano tra di loro solo per gusto e per autogiustificazione (i pochi che hanno il senso del pudore vorrebbero riqualificare l'offerta e pensano anche seriamente a questo, senza però rendersi conto che questo ha un prezzo).

La campagna di Catalano fa parte di una vera recita, cui si aggiungono dosi massicce di incultura, pressapochismo, spirito ipocrita a benpensante: si vuole lasciare che i padroni della città possano fare il loro comodo senza scrupoli e senza sensi di colpa.

Ben altro ci vorrebbe. In primo luogo fare di Venezia insulare un vero centro storico. Una cosa è che 100.000 turisti arrivino in un giorno in una città di 500.000 o di 50.000 anime: in realtà la terraferma e la parte insulare sono oggi separate e indifferenti. A tutt’oggi Venezia non è percepita e non è il centro di gravità della vasta conurbazione di terraferma, per molte ragioni tempi e difficoltà d'accesso, prezzi, servizi ed attività culturali tutti concepiti per il "mondo", mai per l'hinterland, scarsa vitalità.
Senza pensare (ed anche senza rifiutarsi di pensare) ad una metropolitana, servizi di treni ed autobus tipo shuttle 24 ore su 24, interscambio di attività e servizi, sistemi informativi telematici, decentramento della sedi culturali e universitarie, ricostituzione di attività produttive avanzate nella parte insulare, questa è una gamba di un progetto sensato per salvare Venezia; l'altra, di cui non parlerò, è una politica della casa e delle destinazioni d'uso, che si ponga un obiettivo serio e mobilitante di almeno 100.000 residenti al 2.000.

I poveri saccoapelisti sono innocenti a rischiano di pagare come capri espiatori colpe che non hanno. Catalano vorrebbe scaricare su di loro stanchezze e risentimenti dei veneziani. Ma loro non ci danno proprio fastidio. I fastidi sono dati dalla monocultura del turismo, spesso avido e indecente. Ridateci una città, non un baraccone da luna park con imbonitori sbracati, e i turisti non gireranno più in mutande e berremo una birra a mezzanotte e potremo cadere nei canali nelle lunghe notti della allegra e internazionale nuova movida veneziana.



giovedì 1 dicembre 2016

Il sole sorgerà ancora

Non so come andrà.
Voterò No e mi auguro che il No vinca.
Meglio se vince nettamente.
Non mi azzardo a dire cosa succederà dopo, anche se - a naso - direi che la soluzione migliore sarebbe un governo di scopo per fare una legge elettorale equilibrata e poi - in primavera - al voto.
Non mi azzardo a dire chi vincerà in quel caso.
Ciò premesso dedico questa ultima nota referendaria a un gruppo che persone che stimo, che sono mie "amiche" su facebook, alcune anche nella vita.
Persone che - dichiaratamente a malincuore - votano sì.
Mi pare evidente che tra i votanti del sì ci sono persone che non solo stimo, ma che sono certo di ritrovare dalla stessa parte nella lotta per la libertà e la giustizia.
Ci sono poi tra i votanti del sì e del NO anche persone che non stimo e che so che mi ritroverò contro nella battaglia per la libertà e la giustizia.
Tra i votanti del NO poi ho scoperto che ci sono, oltre a una quota inaccettabile di cialtroni (di destra, di sinistra, di "oltre"), persone per bene che non hanno le mie stesse idee, ma sono riflessivi e intellettualmente onesti: fa piacere.

A miei "amici" che si sono rassegnati al sì, vorrei proporre un'ultima interlocuzione.
Pensate davvero che sia opportuno dare fiducia a chi ci ha trascinato a questo scontro dissennato?
Non chiedetemi per favore che alternative abbiamo: chiedetevi se lascereste ancora i fiammiferi in mano a chi ha appiccato un incendio "in presuntuosa solitudine".
Vedete, cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza è quello che avevamo sempre detto che non era opportuno fare.
Farlo è molto grave.

Questa scelta, insieme con diverse ragioni di merito, la più significativa delle quali è che la nuova Costituzione appare, quantomeno, più fragile, più sensibile alle diverse possibili leggi elettorali, credo che non ci dia altra possibilità che un voto per il NO.
Ho argomentato qui, qui e qui.

Dal 5 Dicembre però il sole sorgerà ancora; pazientemente dovremo metterci in moto per costruire la sinistra nuova, quella del XXI Secolo.
Perché, vedete, "amici" e compagni siamo ancora una volta di fronte al dilemma "o il socialismo o la barbarie".
Sempre di più e con sempre maggiore urgenza.

Le nostre tradizioni, riformiste, rivoluzionarie e ribelli, possono darci una speranza: magari fare un po' di pulizia di illusioni e trasformismi ci può aiutare.







domenica 30 ottobre 2016

Oligarchia, meglio di no. Per un ragionevole, ragionato, convinto, pacato NO // Parte tre di tre

Non so bene come classificarmi.
Non guardo la televisione e non ce l'ho, da oltre vent'anni non seguo più calcio e ciclismo di cui ero appassionato, non amo guidare e per lunghi anni non ho posseduto una macchina, ho un profondo disinteresse per le mode: questo fa di me una persona elitaria?
Sono plebeo e inelegante, riesco a distinguere a malapena il vino in bianco, rosso e rosé, sono quello che si chiamava "una buona forchetta", ma ho un certo fastidio per il food porn, non odio il turismo di massa (come potete leggere in questo mio libretto): questo fa di me una persona non-elitaria?
Siccome poi ho più di 65 anni, sono laureato e voto NO ciò farebbe di me un vero caso statistico.

Sarò elitario, sarò plebeo. Amen.
Ma sono contro l'oligarchia.

Strani dibattiti appassionano i media (social e no) in tempi di referendum costituzionale.

Ma intanto partiamo da qualche fatto: la sinistra ha sempre voluto estendere il suffragio.
Voleva che esso fosse un diritto soggettivo di tutti e non l'esercizio di una capacità.
Eccola qua la differenza! 
Il voto in democrazia, ma anche l'elettorato passivo, è un diritto di tutti: giovani e vecchi, donne e uomini, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti.
Tanto è vero che per consentire a tutti di essere eletti, saggiamente si voleva (e venne istituita) l'indennità parlamentare (che la Costituzione sancisce nell'Art. 69: I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge; poche parole e chiare, neh?).

Ma basta il voto, basta il suffragio universale? No, non basta, ovviamente, anche se non si può farne a meno.
Non basta almeno per chi crede nella democrazia come reale espressione della sovranità del popolo.
Non solo non basta perché deve essere accompagnato da condizioni di possibilità reali di esercizio del voto (quelle che, oltre al suffragio universale,  Dahl riassume in: elezioni ufficiali, libere e frequenti, diritto a cercare un lavoro, libertà d'espressione, di stampa e di associazione), ma perché la democrazia rappresentativa funziona in senso inclusivo solo se la cessione temporanea di sovranità ai rappresentanti è accompagnata da una partecipazione costante dei cittadini alla formazione dell'agenda e alle scelte (e questo si fa in molti modi, anche con il conflitto e con le lotte, che sono forme importati di partecipazione, più dei referendum).

Ma se poi i cittadini votano per il Brexit o per la Le Pen o per Berlusconi, Salvini, Grillo o Renzi, ecco che si levano alti i lai sul fatto che vecchi, casalinghe, giovani ignoranti non hanno le capacità di votare bene. 
Del resto Hitler non è andato al potere con il voto popolare? 
[Il fatto che la risposta a questa domanda sia no, non viene presa in considerazione; Hitler venne nominato Cancelliere dopo le elezioni del Novembre 1932 in cui perse due milioni di voti: il suo partito ottenne il 33,1%; chiedere ai partiti che lo hanno appoggiato; come in Italia a quelli che hanno votato Mussolini capo del governo dall'alto del suo 20% dei voti]. 
Agnosco veteris vestigia flammae (eccomi di nuovo elitista; traduco: "riconosco i segni dell'antica fiamma"): eccoli qua i sostenitori del voto come esercizio di una capacità e non come diritto: eccoli gli oligarchi in potenza.

La democrazia ha bisogno di buoni cittadini, certo. 
Che vadano a votare.
Quando in Italia votavano oltre il  90% dei cittadini (come alle politiche del 1948: 92,23%) era meglio di oggi che si vota al 75% (come alle politiche del 2013: 75,19%); o meglio del 34,21 delle ultime elezioni regionali dell'Emilia Romagna.
Che possano esprimere le loro opinioni in arene pubbliche; che abbiano accesso a un'informazione seria; che possano influenzare le scelte (non serve il vincolo di mandato dei rappresentanti per questo); che possano organizzarsi e lottare per i loro diritti.
Una volta c'erano partiti, sindacati, associazioni, parrocchie a consentire che questo avvenisse.
Una volta si considerava importante che in molti si votasse.
[Pensate al paradosso di due aziende in competizione cui non interessasse affatto quante lattine di bibita vendono, ma solo di avere la percentuale più alta del mercato: ecco quello che gli attuali partiti fanno].
Una volta questo avveniva e non era tutto oro, ovviamente. 
Ma quella era - per molti versi - una democrazia sostanziale.
Il fatto che oggi non avvenga, non significa che non sia più possibile.

Solo semplificando si può pensare che quelle agenzie, quel tessuto di pratiche di dibattito pubblico, possa essere sostituito dalla "rete"; ma molte pratiche dal basso esistono nelle nostre città e nelle nostre campagne, molte opportunità sono offerte  dalle nuove tecnologie.
Gli è che non interessa coglierle, dare loro continuità, spessore, rigore, qualità; gli è che non si vuole dare sbocchi politici, anche provvisori, ai movimenti e alle pratiche sociali, offrire loro la possiblità di influenzare l'agenda politica e le scelte.
Ma non è impossibile.

La democrazia è un processo senza fine, un orizzonte. 
Ma è infinitamente meglio di ogni altro sistema per gli oppressi, che ne hanno bisogno.

Voi direte: che c'entra con il referendum costituzionale?
Apparentemente poco. Sostanzialmente molto.
Ho già detto che una cattiva legge elettorale può rendere l'assetto istituzionale disegnato da queste modifiche sostanzialmente assai meno democratico.
Oltre le tecnicalità questo mi preoccupa molto.

Dimenticavo: è importante che un Parlamento possa legiferare bene (bene vuol dire non necessariamente in fretta) e possa esprimere un governo che funziona. 
Più importante è che esso sia rappresentativo del popolo, belli e brutti, buoni e cattivi, giovani e vecchi, istruiti e no.  

Dimenticavo: ai sostenitori delle èlite mi piacerebbe ricordare che all'immane massacro della Prima Guerra Mondiale non siamo stati condotti dalle masse ignoranti, ma da una ristretta e colta élite, con un'azione extraparlamentare e una sorta di colpo di stato (che dentro questa minoranza ci fossero persone perbene, che poi in molta parte si sono ravvedute, non è, nel nostro caso, rilevante); le masse quelle che seguivano il Partito Socialista e il Partito Popolare erano e rimasero contro la guerra, ma davvero contro (tra l'altro alle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1919 questi due partiti ottennero 256 seggi su 508).








giovedì 13 ottobre 2016

Perché NO. Il paradosso di Cacciari // Parte due di tre

Io ho la presunzione di avere un buon rapporto personale con Massimo Cacciari, quasi un’amicizia.
Lo stimo molto e poiché è davvero un genio, penso che gli si debbano perdonare cose che ai comuni mortali non possono essere perdonate (sarebbe una bella riflessione quella del perché, in una certa misura, persone geniali nei diversi campi, come ad esempio Maradona, possono essere considerati legibus soluti, ma avremo modo).

L’argomento Cacciari è il più formidabile grimaldello per spingere a votare sì una quota di persone intelligenti e amanti del paradosso.
In cosa consiste questo argomento?
La proposta di modifica costituzionale è pessima, o comunque cattiva, (e qui potete anche fare qualche smorfia di disprezzo), ma, visto che in tanti anni si è tanto parlato e nulla fatto, cambiare è comunque meglio che non cambiare.
Alcuni sostenitori del Sì hanno un po’ modificato l’argomento, per dargli una parvenza di coerenza, dicendo che in fondo la modifica pessima non è (un piccolo ammiccare può far intendere al buon intenditore che tanto buona non è), ma in questo modo si perde l’effetto paradossale che rende attraente l’argomento.

A costo di beccarmi una delle sfuriate per cui Cacciari è famoso (non sarebbe la prima), cerco di argomentare perché questo paradosso è un grave errore (non solo politico).

Non voglio ricordare che modifiche alla Costituzione sono state fatte, di cui una molto più profonda anche se meno estesa di quella su cui si vota al referendum.
Ma sì voglio ricordarlo: l’intero Parlamento (secondo voto della Camera, 6 marzo 2012, 489 sì, 3 no e 19 astenuti) ha approvato una modifica costituzionale dettata dai poteri forti mondiali che modificava gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, che di fatto limita la sovranità nazionale. Avete letto bene; 3 no.
Ricordate appassionati dibattiti?
E non è stato il solo cambiamento, come sapete.

Voglio solo dire che c’è nel paradosso di Cacciari, passata la momentanea esaltazione per il colpo di genio, qualche cosa che non soddisfa neppure i pensatori raffinati; il fatto è che non risponde a una domanda: quanto cattivo deve essere un cambiamento perché la regola “cambiare è meglio che non cambiare” smetta di valere? Che so, la reintroduzione della pena di morte basterebbe per rendere invalido questo argomento?
È un fastidioso tarlo: non credo che l’affermazione “cambiare è meglio che non cambiare” reggerebbe in tutte le condizioni.
Ma se è così, torna prepotentemente in campo l’opzione: “cambiare è meglio se si cambia in meglio”.

Ho già detto che condivido l’opinione che i singoli cambiamenti in sé non siano gravemente negativi, ma che negativo sia l’insieme prodotto dai singoli cambiamenti, soprattutto perché introducono una maggiore fragilità del sistema.
La quasi totalità dei sostenitori del sì non ritiene negativa nel suo complesso la modifica anche se quasi nessuno la considera come una riforma davvero buona.

E qui sorge la domanda di contesto politico: anche ammesso che la modifica sia un po’ positiva, valeva la pena andare per questo a uno scontro così lacerante?
O non si potevano ottenere gran parte dei risultati (e forse più) con un consenso più ampio?
Ripeto la domanda: era davvero necessario esasperare uno scontro politico, dividere a metà l’elettorato? Quando tutti sappiamo che la carta fondamentale dovrebbe basarsi su una condivisione ampia?
Anche ammesso che non sia stato il Presidente Renzi a caricare di significati politici legati al governo in carica il referendum (e questo onestamente non si può dire: le prime dichiarazioni del Presidente Renzi caricavano di significati politici legati al governo in carica il referendum) non ci voleva un particolare acume politico per capire che sarebbe successo; e tutto si può dire di Renzi, ma non che non abbia acume politico.

Credo di aver spiegato perché, a mio avviso, la scelta di modificare la Costituzione con una maggioranza esigua e scontando uno scontro politico aspro e lacerante, sia di per sé una buona ragione per votare NO.
Pacatamente e riconoscendo alcune delle ragionevoli ragioni di chi vota sì, credo che si possa dire che no, non è così che si riforma la Costituzione.
La prossima puntata su oligarchia e democrazia.








lunedì 10 ottobre 2016

Non mi iscrivo alla guerra di religione; ma spiego perché voto NO // Parte uno di tre

Chi mi conosce sa che ci sono molte ragioni per cui non apprezzo il Presidente del Consiglio Matteo Renzi né approvo la sua politica; tuttavia non si può negargli di essere abile e di sapere frequentemente raggiungere risultati; a volte questi risultati sono buoni risultati, come ad esempio è stato nel caso della legge sulle unioni civili che, pur con qualche compromesso anche sgradevole, ha dopo decenni raggiunto infine una soluzione accettabile che ha fatto fare un grande passo in avanti al nostro Paese dal punto di vista dei diritti civili.
Gran parte dei “risultati” del governo Renzi mi vedono contrario, ma non per questo mi sento di non considerare positivamente la sua battaglia contro l’austerità in Europa.
Insomma è un governo che porta avanti una politica che combatto, ma non si può negare che a volte lo faccia con abilità.
Non è quindi per pregiudiziale ostilità verso il Presidente Renzi e la sua ministra Boschi che voterò un NO convinto al referendum del 4 Dicembre e che cercherò di convincere quante più persone posso a votare NO.

Comincio da un argomento che non c’entra, ma che è bene affrontare: se mi chiedete se mi fa piacere condividere la mia posizione con Gasparri o Salvini, vi posso rispondere tranquillamente che no, non mi fa piacere, anzi un poco mi imbarazza; e non mi è di conforto pensare che Alfano o Verdini non sono molto meglio (Giovanardi non so cosa voti).
Tuttavia anche Berlinguer votava no alla fiducia ai governi di centro e di centrosinistra così come votava no Almirante: è naturale che le “estreme”, come una volta si diceva, si oppongano, quasi sempre per ragioni diverse, al governo in carica, quasi sempre comunque con l’obiettivo di farlo cadere.
Penso che Berlinguer si sentisse più vicino a Tina Anselmi che a Romualdi, ma mentre l’Anselmi votava sì alla fiducia, Berlinguer e Romualdi votavano no.
Anche per me è così, mi sento più vicino ad alcuni sostenitori del sì che a molti sostenitori del no, ma voto NO.

Non sono un esperto di ordinamento costituzionale anche se ho una mia passioncella per la scienza politica (per esempio a me democrazia e oligarchia mi paiono antitetiche, ma ci tornerò): vedo molti costituzionalisti schierati per il sì e molti (più molti?) per il no e seguo con attenzione i loro argomenti.
Mi sono fatto l’opinione che, somma e sottrai, i cambiamenti votati non migliorino la situazione esistente (in qualcosa sì, come l’abolizione del CNEL, ma in poco altro) e che sostanzialmente in diversi punti la peggiorino; non so se questo mi attirerà gli anatemi di alcuni sostenitori  del no, ma mi pare che questo bilancio negativo non sia tecnicamente poi così pesante, il che paradossalmente è un’ottima ragione per votare no, come dirò.

Ma l’argomentazione principale che mi sento di muovere a sostegno del no, si rifà alla mia recente “fissa” sull’antifragilità.
Sistemi  antifragili (anche la Costituzione è per molti aspetti un sistema) sono destinati a durare, non vengono troppo indeboliti dalle contingenze, a volte sono capaci di guadagnare dal cambiamento.
Per questo le Costituzioni ben fatte sopravvivono per secoli, contengono abbastanza rigore per disegnare il quadro dei rapporti sociali ed istituzionali e abbastanza flessibilità per accogliere il cambiamento e dargli sostanza e legittimità; esiste insomma una Costituzione materiale che evolve e che una buona Costituzione formale è in grado di assecondare e fortificare.
Un buon indicatore di una buona Costituzione è che sia ben scritta e di facile comprensione.
Un elemento di fragilità è quanto una Costituzione sia sensibile al variare delle leggi elettorali: se una cattiva legge elettorale stravolge il sistema dei poteri previsto dalla Costituzione, questo è un segno del fatto che quella Costituzione è fragile e sbagliata.
Dire la nuova Costituzione potrebbe andare bene se non fosse accompagnata da una legge elettorale sciagurata come l’Italicum, significa dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quella nuova Costituzione: è troppo sensibile a cambiamenti di regole istituzionali e questo è pericoloso (le leggi elettorali si votano a maggioranza, come è noto).
Bene o male l’attuale Costituzione ha assorbito diverse leggi elettorali (tutte pessime a mio avviso) senza determinare eccessivi effetti negativi.

Questa è la principale ragione del mio NO.

In un prossimo post vorrei parlare di questioni di opportunità politica (ad esempio argomentando sul perché il fatto che le singole modifiche siano negative, ma non troppo, è un argomento forte a favore del no) e in un altro di democrazia e oligarchia. Alla fine proporrò anche alcuni riferimenti. Per ora basta così. 




domenica 31 gennaio 2016

Rituali esoterici

So che il tema di cui parlerò sarà incomprensibile per la maggioranza dei miei 12 lettori.
Mi sforzerò di essere breve e semplificherò.
Un disegno scriteriato ha negli ultimi decenni dato colpi durissimi alla scuola pubblica.
Le Università e quelle del Sud in particolare sono state penalizzate duramente: hanno perso studenti e docenti, ridotto i servizi per il diritto allo studio, ridotto gli stipendi dei docenti, aumentato il precariato
Questo attacco – perseguito da tutti i governi – è stato coperto da un’ideologia vuota e ossessiva, quella che ha portato alcuni a parlare di una presunta “cultura della valutazione”.
L’apparato tecnico messo insieme per giustificare i tagli è poi diventato un “golem”, ha preso vita propria sino al delirio.
È stata fondata un’Agenzia, chiamata ANVUR, che presiede alle scelte politiche e culturali per l’Università del nostro paese, mettendo in essere rituali esoterici: uno di questo che si ripete periodicamente si chiama VQR.

È del tutto evidente che una misurazione dei risultati della ricerca è opportuna, e che – con qualche prudenza – questa misurazione può essere usata per una valutazione della sua qualità.
Come è del tutto evidente – e chi mi conosce sa che l’ho più volte scritto – che ci sono molte responsabilità dei docenti, a partire dai professori ordinari, nelle molte cose che non vanno nelle università.
A mio avviso una misurazione dei risultati della ricerca si può fare in modo relativamente semplice, visto che se si tratta di avere una comparazione e non un valore assoluto, e questa misurazione è utile.
Meno semplice è valutare la qualità, ma anche questo si può provare a fare.
Ma non è sensato utilizzare queste valutazioni (di per sé) per determinare una quota consistente dei finanziamenti che vanno ai diversi Atenei.
Specie in assenza di strategie e obiettivi di sistema, specie se non si tratta di risorse di risorse aggiuntive, ma solo di minori tagli.

La macchina messa in moto per la misurazione / valutazione è farraginosa, per la sua complessità è piena di buchi e di contraddizioni, non è  - come potrebbe - essere fast and frugal e viene usata per scopi diversi da quelli dichiarati, in modo illegittimo.

Alcune migliaia di docenti hanno protestato contro le riduzione dei loro stipendi determinati dal blocco degli scatti di anzianità (una misura che solo per i docenti universitari, in tutta la pubblica amministrazione, avrà effetti per tutta la carriera) che porterà per i più giovani di loro a tagli complessivi per decine di migliaia di euro: hanno detto, abbiamo detto che non avremmo conferito i nostri prodotti scientifici alla valutazione se non si sanava questa grave ferita (i soldi non sono tutto, ma servono a campare; inoltre hanno un grande valore simbolico). La ferita non è stata sanata, anche se pare che, in qualche modo da capire stanti i bilanci delle università, in futuro non verrà estesa ulteriormente.

Con una solerzia a volte gioiosa molti Rettori hanno minacciato i protestatari con l’argomentazione “se non presenti i tuoi prodotti sarà l’Ateneo a pagarne il prezzo” arrivando alla quantificazione (del tutto improbabile ed acrobatica) dell’entità del danno. Alcuni lo hanno fatto con un sorriso e con una pacca sulle spalle. “ti capiamo, hai ragione, ma sai come va il mondo …”, altri con il viso arcigno e un tono ricattatorio.

Avrebbero potuto i Rettori, attraverso la loro Conferenza, mobilitarsi e protestare contro i tagli, tutti i tagli (non inviare letterine, ma mobilitarsi e protestare)?
Avrebbero potuto, ma solo in astratto perché se è passata la legge 240/2010 (la legge Gélmini) è solo merito della Conferenza dei Rettori,  che le ha dato l’appoggio decisivo.
Quindi non l’hanno fatto.
Anche se qualcuno di loro almeno ad alzare la voce e a porre il problema ci prova, come sta facendo l’Ateneo di Cagliari in questi giorni.

Le minacce hanno in sostanza funzionato.
Ma poiché la decisione del conferimento dei prodotti è dei Dipartimenti e degli Atenei, almeno una cosa la possiamo fare: inserire l’elenco delle pubblicazioni nei siti dove siamo tenuti a metterli e che poi peschino di lì quelle che vogliono che siano valutate.

Per cui ho mandato al Direttore del mio Dipartimento questa lettera (che è quella che molte migliaia di docenti presentano in tutta Italia), non so quanti miei colleghi mi seguiranno, ma con uno dei miei filosofi preferiti, ripeto: dixi et salvavi animam meam.

Gentile Direttore,
con la presente ti comunico che non intendo prendere parte attiva alle procedure relative alla VQR 2011-2014. Ritengo infatti che la VQR sia profondamente errata e sostanzialmente dannosa per le distorsioni che sta inducendo nei comportamenti degli studiosi, nell’equilibrio tra attività didattiche e di ricerca, nella distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario. In particolare i risultati della VQR sono anche utilizzati per giustificare la compressione selettiva dell’università pubblica, con ricadute particolarmente drammatiche per gli studenti del Sud dell’Italia e per i precari della ricerca.
Secondo quanto indicato nel bando VQR dell’Anvur del 11 Novembre 2015 (pag. 7), è l’istituzione di appartenenza che seleziona i prodotti in un “insieme suggerito da ciascun addetto”. Visti anche i criteri adottati dal GEV della mia area, non sono in grado di svolgere la scelta con un livello di accuratezza tale da garantire di non danneggiare l’ateneo. Di conseguenza non posso che indicare la mia intera produzione del periodo interessato come insieme dal quale estrarre i prodotti richiesti. Tale lista è già disponibile nel sito CINECA. 
Considero così conclusa la mia attività riguardo alle procedure VQR 2011-2014, ed autorizzo il Dipartimento e l’Ateneo ad accedere ai dati senza alcun mio ulteriore intervento ed operare la scelta.
Ti invito a trasmettere agli organi rappresentativi dell’ateneo questa mia posizione, che condivido con migliaia di colleghi in Italia. E al contempo sottolineo l’opportunità che tu ribadisca agli stessi organi che, data la natura dell’esercizio di valutazione come definita nell’art. 1 del DM 27 giugno 2015 n. 458, i risultati individuali della VQR non dovranno essere utilizzati per qualsiasi procedura che abbia ad oggetto le retribuzioni, la programmazione e le progressioni di carriera, l’assegnazione di fondi di ricerca interni,  la possibilità di accedere a cariche accademiche ed organi quali i consigli di dottorato di ricerca.
Cari saluti.







  

venerdì 27 febbraio 2015

L'estremismo irragionevole?

Comincerà una solfa su quelli che non si accontentano.
Non su quelli che si mettono di traverso.
L'ascolteremo. 
Sarà efficace.
Ma avremo il coraggio della verità. Di dire chi sono gli estremisti.

E allora cominciamo a vedere cosa c'è sotto l'ostinazione, l'apparente irragionevolezza dell'ostinazione.
Tutti sanno, ma nessuno vuol dire, che nel giro di pochi anni si andrà a una sostanza unificazione dei due Atenei sardi.
Saremo costretti a farlo.
Un lucido, insensato disegno è quello che alcuni ambienti politico-culturali perseguono da molti anni.
Medicina non potrà che stare e pesantemente sia a Sassari che a Cagliari. Agraria e Veterinaria solo a Sassari. Il resto sostanzialmente a Cagliari
E questo assetto è quello che va bene a molti, a tutti quelli cui giova a Cagliari, ma anche a Sassari.
A parte qualche cosa minore (che so il turismo che potrebbe accontentare la Sardegna del Nord Est), l'unico disturbo a questo disegno è Architettura ad Alghero; fuori da tutti i giochi, da tutte le famiglie, da tutte le appartenenze. Che non può essere assimilata, anche perché sta ad Alghero e svolge un ruolo rilevante nel territorio.
Un destino agro-.pastorale per il Nord Ovest della Sardegna (con tutto il rispetto e il rilievo enorme che questo settore ha in molti sensi, anche che interesserebbero urbanisti, architetti e paesaggisti). E un po' di turismo.
Ci sono a parte i tre di Medicina, altri tre Dipartimenti di Sassari che potrebbero giovarsi di questo Disegno.
E poiché da Amministratori si può decadere, ma da Accademici no, ecco che usare gli anni del potere politico per configurare gli assetti del potere accademico è più che una tentazione.

Il fatto è che lungi dal metterci di traverso ad una prospettiva seria e meditata di forte coordinamento con Cagliari, noi questa prospettiva avremmo voluto costruirla.
Ho parlato di una Grande Scuola di Architettura della Sardegna, dentro il Mediterraneo, aperta al mondo.
Con due poli in forte interscambio tra loro, Alghero, porta del Nord Sardegna e nodo di una possibile  rete integrata di città a bassa densità della Sardegna del Nord Ovest e Cagliari, unica metropoli dell'isola, centro di un'area metropolitana composita e ampia.
Una prospettiva cui si poteva lavorare, con un'articolazione dell'offerta formativa e in una dimensione non locale.
Una prospettiva che potrebbe portare a disegnare un Ateneo federato con una grande forza e un equilibrio territoriale: nel polo di Sassari perché non potrebbe essere collocata una Scuola di Ingegneria ambientale legata alle bonifiche, localizzata a Porto Torres, o un corso magistrale di informatica per i beni archeologici e culturali, ad esempio?

Ma le operazioni di potere, spesso se devono tenere insieme vecchie logge e nuovi potentati non si basano sulla qualità delle idee e delle proposte e sulla lungimiranza.
E intanto cominciamo a soffocare AAA, tanto più che non sono ascrivibili a un gruppo o a una cordata.
So che i nostri studenti non si arrendono e fanno bene a non arrendersi, ma purtroppo abbiamo già perso.







mercoledì 25 febbraio 2015

Un'occasione perduta

Non siamo qui per un po' di soldi.
Quello che hanno fatto in questi giorni le nostre studentesse e i nostri studenti dimostra che il patrimonio che AAA ha costruito, il capitale umano e sociale che ha generato, vale molto, molto di più, anche se non può essere monetizzato (per fortuna ci sono ricchezze che non sono in  vendita).

Peccato che un professore universitario e presidente della Regione non abbia avuto tempo e voglia di incontrarli: avrebbe imparato molto e si sarebbe divertito; e avrebbe trovato persone cortesi e riflessive, che non rifuggono il dibattito pubblico; peccato che un professore universitario e assessore alla programmazione   non abbia avuto tempo e voglia di incontrarli: avrebbe imparato molto e si sarebbe divertito; e avrebbe trovato persone cortesi e riflessive, che non rifuggono il dibattito pubblico (e avrebbe potuto spiegare quella storia di Monserrato).
Peccato.
Un piacere che hanno avuto invece gli assessori Erriu e Firino che sono stati cortesi e attenti e che - sono certo - si sono goduti l'incontro..

Ora dobbiamo battere questo estremismo immotivato di una parte della Giunta che si rifiuta di adottare una soluzione ragionevole e moderata, che troverebbe un consenso bipartisan in Consiglio, che non pregiudicherebbe le scelte future.
una soluzione che potrebbe consistere in un emendamento come questo:
Finanziamento per il Dipartimento di Architettura Design e Urbanistica con sede ad Alghero.
Per i risultati ottenuti negli anni passati dai Corsi di Laurea e dal Dipartimento e per la sua collocazione ad Alghero, il DADU viene finanziato attraverso un fondo aggiuntivo destinato all'Ateneo di Sassari:
2015 450 mila euro
2016 300 mila euro
2017 300 mila euro.

Ripeto non accogliere una proposta di questo tipo sarebbe un segnale di ostinazione immotivata.
Che avrebbe una sola spiegazione razionale (oltre alla cattiveria accademica).
Se permettete aspetto domani per dirvela. E per dirvi che sì vorrei una  grande Scuola di Architettura della Sardegna nel cuore del Mediterraneo aperta al mondo: ci si può lavorare, si può fare; anche in fretta.
Intanto: che viva Architettura ad Alghero!









martedì 24 febbraio 2015

A Cagliari! A Cagliari!

Posso chiedere ai miei lettori di immergersi nelle immagini e nei testi di SalviamoAAA e - se non l'hanno fatto di iscriversi a quel gruppo. O di seguire le informazione all'hashtag #salviamolAAA? O di vedere la rassegna stampa, qui?
Si renderanno conto di cosa sia una Scuola di qualità. Non c'entra niente la serie A o la serie B e neppure la Chanpions League, c'entra una comunità di persone libere, pensanti, autonome, critiche, colte, competenti. Come quella che queste storie rappresentano.
Circa duecento persone - soprattutto studentesse e studenti - sono andate a Cagliari. Un numero altissimo in un periodo di esami e in cui non ci sono lezioni.
Lo hanno fatto con determinazione e ironia. Lo hanno fatto mostrando quanto hanno appreso di Urbanistica sul tema delle aree metropolitane (peccato che il l'Assessore Paci non li abbia ricevuti, magari si sviluppava un bel dibattito sull'analogia Alghero Monserrato). Lo hanno fatto mostrando una consapevolezza e una maturità stupefacenti.
Hanno incontrato il Presidente del Consiglio Ganau e i consiglieri del territorio e incontrando l'Assessora Firino e l'Assessore Erriu, che vanno ringraziati per la sensibilità.
I ragazzi daranno conto di questi incontri e dei loro esiti.
Hanno parlato ai media; vedremo i loro resoconti.
Io debbo ringraziare le mie studentesse e i miei studenti, penso che dovrebbero farlo tutti gli algheresi, il Rettore, il Presidente Pigliaru.
Il Sindaco Bruno è stato con loro dall'inizio alla fine e si è prodigato.
Cosa ci resta di tanta speme?
Non lo so:le voci di dopo, dopo che se ne erano andati, mi spaventano.
Loro chiedevano queste cose:

- che la collocazione di Alghero in una città diversa dalla sede centrale (riconosciuta dal Senato Accademico il  24.04.2013 come sede decentrata) causa di disagi e di costi aggiuntivi venisse riconosciuta e finanziata (la chiamino Pippo se sede decentrata disturba)
- che i risultati ottenuti venissero riconosciuti e premiati.
- che un Ordine del giorno unanime del Consiglio regionale non venisse considerato carta straccia.
- che ci fosse una ragionevole continuità del finanziamento come previsto da quello stesso Ordine del giorno.
- che si accettasse la somma indicata in quell'Ordine del giorno, come base minima (almeno).
- che il mancato finanziamento del 2014 venisse risarcito.
- che le risorse fossero aggiuntive e non venissero sottratte alla dotazione già assegnata all'Ateneo di Sassari

Non era una posizione massimalista, era la considerazione del minimo ragionevole, molto meno del meritato e del giusto. Minimo ragionevole nella forma e nella sostanza.
Minimo ragionevole corrispondente alla realtà dei fatti (Alghero non è suburbio di Sassari, AAA ha ottenuto ottimi risultati).
Non spettava loro decidere con quale emendamento e su quale capitolo.
Gli eletti dal popolo decideranno se accogliere queste richieste ragionevoli, se accrescere le dotazioni, come sarebbe saggio, se non accoglierle; come è giusto e assumendosene le responsabilità.
Io per me dico, assumendomi le responsabilità,
Io mi sono accodato alla richiesta degli studenti; come ho scritto:
Ci sono due aspetti della vicenda che non possono essere separati.
Uno è che il DADU sta ad Alghero, che Alghero non è nell'area metropolitana di Sassari, che il Senato Accademico dell'Ateneo ha deliberato di considerare Alghero come sede decentrata.
L'altra è che il DADU ha ottenuto importanti e stabili risultati che vanno sostenuti e premiati.
Una soluzione accettabile deve tener conto di entrambi questi aspetti.
Se no, non va bene.
E poi c'è da risarcire il mancato finanziamento del 2014.
Tre punti chiarissimi nella mozione degli studenti.

Come ho già detto condivido e appoggio in pieno la mobilitazione delle studentesse e degli studenti dsi AAA, anche quando usano espressioni che non userei (per fortuna!): io per esempio non parlo di eccellenza (chi volesse sapere perché lo può leggere in questo libro; regalo una copia del libro Contro la meritocrazia in cui si parla dell'eccellenza ai primi dieci che commentano e condividono questo post).
Io non sono eccellente, anche se posso dire di avere tutte le mediane a posto (non tutti - per definizione - possono dire altrettanto), sono un docente che ha lavorato con impegno, passione e con qualche risultato a fare della buona scuola, che è una scuola libera, non competitiva, colta e critica; oltre alle mediane la mia carriera politica si è fermata a un'esperienza affascinate di Assessore al gioco in un Comune di tremila abitanti: cosa volete che mi stupisca l'arroganza del potere o mi spaventi la sua cecità: sono nato povero e voglio morire povero.
Se alla comunità della Regione Sardegna non interessa avere una Scuola di qualità ad Alghero (di qualità e ad Alghero) cosa volete che vi dica: ne prenderò atto.
Se ne dolgano caso mai gli algheresi e i sardi.
"Agire contro la propria coscienza non è né prudente né lecito. Qui sto fermo. Non posso fare altro"

P.S.
Non ho così tanta pancia!



    

mercoledì 28 gennaio 2015

A partire dal campo sosta dell'Arenosu. Alcune semplici riflessioni su un problema importante.

Io non sono "buonista"; se cerco spesso di essere buono (e, devo dire, mi riesce) è perché sono pigro:
Infatti, come ci dice la poesia di Brecht La maschera del cattivo

Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese
La maschera di un demone cattivo, dipinta con la lacca d'oro.
Pieno di compassione vedo
Le gonfiate vene frontali, segno di
Quanto è faticoso essere cattivo.

Troppo faticoso essere cattivi..
I buonisti sono quelli che "preferiscono le barricate con i mobili degli altri" (lo so. la sapete in altro modo, molto oscena,  ma io la fornisco nella versione di Flaiano: "Molti vogliono la rivoluzione, ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri"); io penso che le situazione reali sono complesse e difficili e diffido di ogni demonizzazione e angelicazione.

Posso dire che - in ultima istanza - la soluzione trovata per il campo sosta dell'Arenosu, mi pare ragionevole e positiva? 
Intanto perché elimina il campo sosta e affronta il problema dell'abitare che è uno dei problemi più gravi dei rom ad Alghero e in tutta Italia come un  problema specifico, un problema che è una componente fondamentale del del diritto alla casa (un momento! Ci arrivo. Il diritto alla casa riguarda tutti, non solo i rom. Ci  torno, promesso), che è un aspetto fondamentale del diritto alla città.
Ovviamente non risolve tutti i problemi ad esempio non risolve il problema del diritto al lavoro (un momento!), del diritto all'educazione; ovviamente non risolve il problema dei rapporti tra rom e gagé,
Su questo ultimo problema c'è molto da lavorare (ne parlerò tra un po').
Il fatto che al momento in cui scrivo solo per una famiglia non si sia trovata una soluzione abitativa stabile è un enorme passo in avanti; nella speranza che non serva una soluzione abitativa provvisoria in roulotte per i componenti di questa famiglia, possiamo dire che comunque è stato eliminato il campo sosta (un piccolo complesso di roulotte per una famiglia è sì una soluzione abitativa precaria, ma non un campo: si può lavorare per renderla davvero temporanea e breve, e per renderla relativamente confortevole).

I fondi per la soluzione di questo problema vengono da risorse destinate specificamente a questo, fondi europei. Posso dire che io penso che il fatto che la nostra patria comune, quella più grande che è l'Europa (ora, grazie alla Grecia, un'Europa migliore), destini risorse dedicate ad affrontare la situazione di disagio e di discriminazione delle comunità rom  e sinti, è un fatto positivo, che senza risarcire queste comunità dell'orrore dello sterminio nazista (il porrajmos) o di secoli di persecuzione, comincia ad affrontare in modo razionale il problema dei diritti di cittadinanza di queste persone (come vedete non uso la parola integrazione o assimilazione).
Il riconoscimento concreto e operativo dei diritti è la base per richiedere il rispetto dei doveri che ciascuna persona ha nei confronti della comunità.
Quindi la mia argomentazione non è: "sono soldi dell'UE e quindi purtroppo non possiamo spenderli per altro", ma è: "sono soldi dell'UE fortunatamente destinati a questo scopo".

Ovviamente il problema della casa non è un problema che riguarda solo le persone della comunità rom (italiani o europei che siano), è un problema che decenni di speculazione edilizia, di assenza di politiche per l'abitare, di cattiva urbanistica,  ha reso drammatico per molte persone (italiane e no).
Ci sono case senza persone e persone senza casa; questo non è ammissibile: è il segnale del problema e un'indicazione della soluzione.
Servono delle politiche coraggiose e attive per garantire il diritto alla casa: questo è quel che io chiamerei davvero un "piano casa": interventi per favorire il recupero, la riqualificazione, il risanamento, la messa a disposizione dell'immenso patrimonio abitativo non utilizzato, anche accompagnato da misure  per una  nuova edilizia in zone di completamento, interamente destinata ad affrontare i problemi di chi non ha casa (dai più poveri, ai giovani precari, agli anziani), con  molte modalità di housing sociale, co-housing, autocostruzione, e anche a contrastare lo sprawl obbligato e a rafforzare il carattere "urbano" delle borgate.
Politiche della casa sono anche politiche per gli spazi pubblici e di quelli suscettibili di un  uso collettivo , che non possono essere lasciati abbandonati e vuoti; nel frattempo che si decide cosa farne e si trovano le risorse per farlo, la loro autogestione e l'uso temporaneo sono benedetti (la chiusura dell'ex Q a Sassari ha creato una pustola nel centro urbano); in ogni caso se ci sono spazi ed edifici abbandonati e servono spazi per la cultura, l'aggregazione il lavoro questo è il segnale del problema e un'indicazione della soluzione.

Ovviamente il problema del lavoro non è un problema che riguarda solo le persone della comunità rom (italiani o europei che siano), è un problema che decenni di politiche neo-liberali e antipopolari hanno reso drammatico. Servono politiche attive per il lavoro e il reddito, dalle politiche locali legati alle economie alternative, alle monete locali, alla manutenzione dei beni comuni, a quelle nazionali ed europee del reddito di cittadinanza. Anche qui che vi siano azioni per favorire l'accesso al lavoro delle persone delle comunità rom è un fatto positivo, è un aiuto per pensare e realizzare azioni simili per altre persone. Sulla questione delle risorse impegnate, vedi sopra.

C'è nella discussione sulle questioni che riguardano i diritti di cittadinanza dei rom, qualcosa che è peggio del razzismo: un rancore profondo, segno di un disagio e di un'impotenza, di un senso di insicurezza, di incertezza, di paura.
Non se la prendono con gli evasori, con gli sfruttatori, con gli speculatori, ma con persone senza casa, senza lavoro.
Magari molti di loro non sono simpatici, magari il loro stile di via non ci piace, sicuramente molti di loro attuano comportamenti illegali, a volte gravi, in genere lievi, quasi mai gravissimi.
Più di chi sfrutta il lavoro nero? Di chi evade le tasse e porta i suoi soldi all'estero? Dei corrotti? Di chi favorisce parenti e clienti?
Ma non c'è verso questi ultimi delinquenti un decimo della rabbia che si trova nei commenti sulle persone rom.
Un accanimento e una cattiveria che sono motivati solo dai fantasmi e dalle angosce e per questo sono meno colpevoli, ma più pericolosi del razzismo.

Non saranno tutte rose e fiori; ed è per questo che il lavoro culturale è anche in questo caso decisivo: si tratta di costruire cittadinanza: il che vuol dire che tutti accettino di rispettare le libertà degli altri, di farsi carico della costruzione e del rispetto di regole, di gestire i conflitti senza indulgenze, ma nella prospettiva di comporli.
Ci saranno problemi. Dovranno essere affrontati. Intanto ce n'è uno in meno.

P.S.
A proposito di nomi: ciascun popolo o gruppo preferisce in genere  essere chiamato con il nome che si è scelto: che so i Tedeschi definiscono la loro terra come Deutschland., ovvero "terra delle persone" (anche se i polacchi li chiamano Niemcy, ovvero "gente che non parla la nostra lingua"); "zingaro" è un nome con un'etimologia controversa, e che non ha (non aveva) in linea di principio una connotazione negativa (come non lo ha "gitano"), ma poiché è il nome su cui progressivamente si è accumulato il disprezzo (anche se con molta ambivalenza, che non sarebbe inutile indagare dal punto di vista psicanalitico), se a loro non piace, non lo userei.